venerdì 25 maggio 2018

Gabbia per uccellini - S.M. May

Titolo: Gabbia per uccellini
Autore: S.M. May
Editore: Autopubblicato
Pagine: 279
Prezzo: 2,99 € (ebook), 10 € (cartaceo)

Voto: 4/5 

Trama (dalla quarta di copertina):

Mai sottovalutare un acquazzone di primavera.

Quando Rey Morales, studente all’università di La Salle, Philadelphia, esce a festeggiare l’ultima vittoria della squadra di baseball, può solo aspettarsi una serata rilassante insieme ai compagni e tifosi, piena di musica e birra. Ma la pioggia continua a cadere incessante, e Julien, l'uomo più affascinante di tutto il locale, si offre di accompagnarlo sino al campus. 
Che c’è di male ad accettare quel passaggio? 
Al suo risveglio, Rey si ritrova senza vie di fuga e senza difese. 
Un uccellino chiuso in gabbia,
con un padrone esigente che vuole prendersi cura di lui.
209 notti che valgono una vita.
Quando Matthew Forsyth, ambizioso sostituto procuratore della città, si vede assegnato il caso Morales, può solo pensare che sia iniziato uno dei periodi più fortunati della propria carriera. Niente di meglio che un processo facile e sensazionale, per garantirsi promozioni e successo.
Che c’è di male ad accettare quell’incarico?
Peccato che non sia così facile capire chi, tra la vittima e l’imputato, sia l’individuo più pericoloso in aula.
209 notti su cui manca una verità certa.
Due presunti colpevoli.
Un processo che nessuno vuole vincere davvero.
Una gabbia invisibile che imprigiona ancora.
E un’unica domanda: chi tiene davvero la chiave?

Recensione:

Eccomi tornata dopo un lunghissimo periodo di blocco del lettore davvero brutto. Non riuscivo più a leggere nulla e mi dispiace molto per gli scrittori, come S.M. May che mi avevano affidato il loro libro per una recensione e che mi hanno vista sparire nel nulla. 

Fatte le dovute spiegazioni per la mia assenza, iniziamo subito.
In Gabbia per uccellini l’autrice segue due linee narrative: una ambientata nel passato, che racconta le famose 209 notti di prigionia di Rey e che ha, quindi, una componente molto psicologica; l’altra che si svolge nel presente e si presenta quasi come un thriller giudiziario, in cui vediamo il sostituto procuratore Matt, impegnato nelle varie procedure legali, che si divide tra la propria ambizione e il desiderio di far prevalere la giustizia, alimentato dai begli occhi di Rey.

Le due parti si contrappongono in più di una caratteristica, ad esempio nella varietà delle ambientazioni. La prigionia di Rey si svolge tutta nella sua stanza o nell’appartamento del padrone, con due brevi e piccole eccezioni. Matt invece si muove in un insieme di ambienti che vanno dal suo ufficio a casa sua, dalla casa dei nonni alla prigione; non molti ma decisamente più ampi e affollati.

La storia è semplice e già riassunta nella trama, il libro si regge molto sulle emozioni e le sensazioni, principalmente di Rey , ma anche di Matt, con l’incertezza che coglie quest’ultimo sui veri sentimenti e le vere intenzioni del primo. 
I protagonisti sono pochi e ben caratterizzati. Ovviamente, chi colpisce di più è proprio Rey, che subisce notevoli cambiamenti, da quelli derivanti dalla sua prigionia a quello più velato della sua maturazione sessuale e accettazione di sé, che, anche se minore, è un aspetto presente e da non sottovalutare. Il suo è un personaggio che subisce infinite trasformazioni, i suoi pensieri sono sempre in divenire e spesso contrastanti. Matt, invece, è un personaggio molto più solido e definito. Ha i suoi principi e le sue convinzioni e, anche se sembra buttare tutto all’aria per passione, mantiene sempre una grande lucidità e scaltrezza.

Altro protagonista indiscusso è Julien, il cattivo del libro. Il crudele carceriere che alla fine può spingere quasi a compassione per la sua follia, come dice lo stesso Matt, ma che non si riesce a perdonare.

Questo è stato un grande pregio del libro. Fin troppo spesso capita di vedere libri in cui la figura del cattivo è estremamente labile, mal definita, affascinante, quasi giustificata e accettata dai protagonisti, spesso innamorati di loro. Qui Julien ha un suo oscuro fascino, di cui è vittima il lettore come Rey, ma il suo ruolo resta sempre negativo, il suo carattere e i suoi atteggiamenti sono odiosi e imperdonabili.
Mi è molto piaciuta anche quella sensazione di dubbio e di incertezza che il lettore può provare man mano che durante gli interrogatori emergono nuovi dati. I colpi di scena sono ben dosati e ben elaborati. Il finale forse è un po’ affrettato, soprattutto nella ripresa di Rey, ma non dà troppo fastidio. I dialoghi in alcuni casi, invece, mi sono sembrati un pochino forzati. Una cosa che forse potrebbe migliorare questo libro è un maggior editing, ci sono alcuni errori facilmente evitabili e che dispiace vedere in un libro la cui trama è ben costruita e ben trattata.
Da rimarcare che l’autrice si è impegnata in un tema non facile ed è, a mio parere, riuscita a rendere bene la sindrome di Stoccolma, di cui è ovviamente vittima Rey, e tutte le sue sfumature. I miei complimenti vanno quindi per un lavoro che poteva scadere nel banale ma che in tanti piccoli particolari mostra una grande attenzione.
Purtroppo il finale che non mi ha colpito moltissimo e gli errori che si trovano qui e là hanno influenzato il giudizio finale, che resta, però, alto. Leggere questo romanzo è stato bello, piacevole e veloce (ti tiene incollato alle pagine). Un ottimo libro per tutti e, nel mio caso, per tornare a leggere.

venerdì 11 maggio 2018

Una lunga bara nera - Tim Curran


Titolo: Una lunga bara nera
Autore: Tim Curran
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 328
Prezzo: 4,99 € (ebook) e 14,90 € (cartaceo)


Voto: 4/5


Trama (dalla quarta di copertina):
La Bara è una GTO del ‘67. Come una tomba aperta, è affamata di morte. Vic Tamberlyn vi si è suicidato dentro. Suo figlio Kurt vi è morto asfissiato. Forse non c'è nessuna connessione, ma il migliore amico di Kurt, Johnny Breede, non ne è convinto. Comincia a notare degli oscuri segnali, sicuro che sotto la pelle della Bara batta un cuore nero e terribile. Ma è persino peggio di quanto possa immaginare. Perché la Bara ha una storia. E quella storia condurrà Johnny in una ragnatela di omicidi, follia e perversioni sessuali. Verrà a conoscenza di orribili segreti di famiglia che collegano una serie di bambini scomparsi a un male primordiale che vive nell’auto sotto forma di una sadica ragazza adolescente. Una ragazza la cui madre era umana, ma il cui padre era tutt’altro…

Recensione:
La lettura di un qualunque romanzo horror che abbia come elemento cardine un’automobile posseduta non può non iniziare all’ombra dell’ingombrante confronto con Christine di Stephen King. Impresa ardua per chiunque, anche per uno scrittore che sa scrivere horror come Tim Curran. Per fortuna, ed è bene dirlo fin dall’inizio, è un confronto che non si è mai costretti a fare davvero, vuoi per differenze di scrittura, vuoi per differenze di atmosfere e trama. Quest’ultima non ha fretta di rivelarsi: l’autore si prende tutto il tempo necessario per mostrare l’ambientazione nella cittadina di Lynnstown ai margini della Sagwa Wood, per introdurre i personaggi e il protagonista Johnny Breede, e per tracciare i primi sentieri narrativi. Per una buona metà del romanzo si snodano prevalentemente in orizzontale, ampliando il contesto narrativo e abbracciando tutto il mondo di Johnny. È un mondo terribile, fatto di vecchie storie che tornano e bambini che invece non lo faranno mai più, adescati da quell’uomo nero che è l’incubo di tutti i bambini del mondo. Qui l’incubo diventa reale, segna l’infanzia di Johnny e di tutta Lynnstown, lascia dietro di sé misteri mai risolti e si riaffaccia dopo anni, quando Johnny è ormai uomo e rimane coinvolto nelle vicende oscure della famiglia del suo migliore amico, i Tamerlyn.
Nel loro garage c’è la Bara, la vecchia GTO del padrone di casa, che non usa più nessuno da quando lui si è suicidato sparandosi in bocca seduto al suo interno.
È attorno alla macchina che si concentra per buona parte del romanzo la tensione narrativa e l’attenzione del lettore. C’è qualcosa in quell’auto, qualcosa di malvagio, qualcosa che attira le forze del male e fa succedere cose terribili. Non si capisce cosa, anche se tutto lascia pensare a una possessione, ma è tenendo sott’occhio quell’auto che si procede nella lettura.
A questo punto la trama smette di prendere diramazioni laterali per puntare dritto in verticale in quello che diventerà l’incubo di Johnny. E anche del lettore, perché Tim Curran sa il fatto suo: disgusta quando vuole disgustare, fa inorridire quando vuole far inorridire, fa tremare quando vuole far tremare.
A volte però eccede. Rimanere sulla sola possessione dell’auto rischiava in effetti di essere piuttosto banale e appare quindi giusta la scelta di aggiungere qualcosa in più per dare maggior spessore all’aspetto orrorifico del libro. Il dosaggio non è stato tuttavia ottimale, con il risultato di aver infilato nella storia fin troppi elementi horror: un’automobile malvagia, possessioni, fantasmi, streghe della foresta, rapimenti di bambini, sadismo, masochismo, perversioni sessuali, forze maligne primordiali. Con tutti questi ingredienti spesso viene fuori un minestrone. Curran è abile a farne un’ottima zuppa, anche se la lunga bara nera del titolo si perde un po’ in mezzo a tutti gli altri sapori. 



lunedì 30 aprile 2018

Segnalazione: "La luna allo zoo", di Roberto Addeo





Titolo: La luna allo zoo
Autore: Roberto Addeo
Editore: Il seme bianco
Pagine: 100
Prezzo: 12,90 € (cartaceo)









Trama (dalla quarta di copertina): Ambientato a Bologna, città in cui l’autore ha vissuto per più di dieci anni, La luna allo zoo narra in prima persona le piccole tragedie quotidiane, le pulsioni amorose, le continue insicurezze e le stralunate ma poetiche considerazioni sul mondo di un venticinquenne campano. Il protagonista si trascina da uno squallore all’altro, incapace di dominare la sua giovane esistenza, vagabonda e dal futuro incerto. Senza mai prendersi davvero le colpe per il suo destino avverso, indugiando, maledicendo, sognando e sbagliando cerca la propria dimensione tra lavori saltuari e tentativi di scrivere un romanzo. I suoi unici diversivi alla monotonia dello scorrere di giorni grigi e indefiniti, saranno i rapporti saltuari con donne di cui non è innamorato, le frequentazioni amichevoli con persone che preferirebbe non conoscere, i lavori che non augurerebbe di fare nemmeno ai suoi nemici, e le serate buttate sulle strade e nei locali notturni in compagnia dell’alcool, unico alleato in grado di scacciare i fantasmi del suo passato. Uno scritto semi autobiografico, ironico e allo stesso tempo malinconico e spietato.

L'autore: Roberto Addeo è nato a Nola nel 1982. Tra i suoi interessi, oltre alla letteratura, ci sono la musica e la pittura. Come batterista ha diversi album all’attivo, registrati con differenti gruppi musicali del circuito bolognese. Dopo aver girovagato tra Napoli, Brescia e Bologna, da qualche anno si è trasferito in Sardegna, a Porto Torres. Nel 2015 pubblica per Edizioni Anordest il romanzo Perdute sinfonie. Del 2018 è il secondo romanzo La luna allo zoo, edito da Il seme bianco.

lunedì 8 gennaio 2018

La chiave di Midgaard - Maddalena Cafaro


Titolo: La chiave di Midgaard (I guardiani di Yggdrasil, vol. 1)
Autore: Maddalena Cafaro
Editore: Delos Digital
Pagine: 204
Prezzo: 3,99  € (ebook)

Voto: 4/5

Trama:
Sasha ha quasi diciassette anni, un lavoro part-time, una Mini rossa e la vita tranquilla di un'adolescente americana. Tutto questo sta per cambiare. Le storie che le ha raccontato sua madre sono sempre più vere e rischiano di travolgerla, ma i guardiani arrivano in suo soccorso. Così Sasha viene a sapere delle sue radici e del mito attorno al quale il suo mondo sembra ruotare, la sua terra natia: Yggdrasil. Anche se nulla può davvero prepararla alla "rivelazione" verso cui gli eventi la stanno portando... Decisa a ritrovare la sua famiglia e a scoprire cosa le riserva il destino, Sasha accetta il ruolo che le "norne" hanno stabilito per lei, sfidando apertamente i nemici e guardando a fondo nel proprio cuore. 

Recensione:
La chiave di Midgaard è un urban fantasy che riesce a valorizzare due tra gli elementi più importanti di questo sottogenere del fantasy: la creazione di un mondo fantastico parallelo al nostro e l’intreccio tra le due realtà. Punto centrale del libro è Sasha, giovane protagonista che, più per predestinazione che per altri motivi, si ritrova al centro di una catena di eventi che svela (al lettore più che a lei) le caratteristiche e le dinamiche del mondo magico di Yggrdrasil. Benché la maggior parte delle vicende si svolga sulla Terra, l'altra realtà appare comunque presente grazie all'apprendistato della ragazza, alle capacità che lei e i suoi compagni mostrano di possedere e alle occasioni di contatto tra i due mondi. Insomma, la magia e la meraviglia sono tangibili in entrambi i mondi ed è questo più di ogni altra cosa che contribuisce a legare il tutto. Questo e, ovviamente, Sasha. 
Nonostante il punto di vista multiplo che permette di seguire le vicende attraverso più personaggi, è Sasha la protagonista indiscussa del romanzo: è attorno a lei che la storia si sviluppa, è lei che la muove ed è a lei che tutto tende.
Se da una parte, per quanto detto in precedenza, il ruolo della ragazza è fondamentale per lo sviluppo della storia e la realizzazione del romanzo, dall'altra Sasha si rivela un condensato delle più grandi abilità del suo mondo. È in effetti un po’ troppe cose: in un mondo in cui chi ha i poteri li scopre al compimento dei diciassette anni, lei li manifesta prima del tempo; in un mondo in cui si padroneggia comunemente un solo potere, lei è qualcosa di molto più potente e raro; in un mondo in cui i guardiani vengono scelti e selezionati (e poi marchiati con il loro simbolo), per lei funziona in altro modo; in un mondo in cui le porte tra i mondi sono chiuse, lei... no spoiler!
Questa sua predestinazione toglie molto dell’aspetto legato alla fatica della conquista che accompagna in genere la crescita dell’eroe. Più che un processo di apprendimento o formazione, quella di Sasha somiglia spesso a una rivelazione, in cui più che crescere scopre se stessa, imparando a gestire abilità che ha già, senza di fatto doversele conquistare. Il suo percorso di addestramento si riduce quindi spesso a mera fatica fisica o apprendimento nozionistico, che poco ha a che vedere con la nascita-crescita dell’eroe, basata sul suo rafforzamento fisico, spirituale e intellettivo, ma soprattutto emotivo-caratteriale (non è detto però che i prossimi romanzi della saga non ci mostrino un'evoluzione del personaggio in questo senso). Anche laddove potrebbe accompagnarsi una maggiore profondità, facendo crescere il personaggio attraverso l’inevitabile via del dolore, Sasha reagisce in modo forse troppo leggero. A parte alcune eccezioni, che non approfondisco per non spoilerare, la reazione della ragazza agli eventi tragici che aprono il romanzo è quasi passiva: la sua famiglia e la vita per come la conosceva lei non esistono più, eppure non ne sembra particolarmente sconvolta e continua come nulla fosse con le sue attività quotidiane, trovando persino il tempo, lo spazio e la predisposizione d'animo per pensare a questioni di cuore.
Va anche detto però che questa "leggerezza" è parte del personaggio (che, tutto sommato, spero non perda mai del tutto) e contribuisce a dare una ventata di freschezza all'intero romanzo, che riesce nell'arduo compito di camminare in bilico tra la serietà del fantasy più classico, la spensieratezza di uno young adult e i forti contrasti dell'urban. Ne risulta un mix di generi piacevole che, unito al fascino dei richiami alla mitologia norrena, a uno stile di scrittura pulito e corretto (che avrebbe meritato un editing un po' più attento alla punteggiatura e alle ripetizioni) e a una narrazione che non annoia, lascia la curiosità di sapere come continua la storia. Perché La chiave di Midgaard è solo il capitolo introduttivo di qualcosa di molto più ampio che, a giudicare da come viene presentato nei capitoli conclusivi del libro, difficilmente potrà esaurirsi in poche pagine. Per gli amanti delle saghe fantastiche e per chi non vede l'ora di tuffarsi di nuovo nel mondo di Yggdrasil (e in molti altri) questa non può essere che una bellissima notizia.




venerdì 1 dicembre 2017

The Shadow Gate: Eden - David Falchi

Titolo: The Shadow Gate - Libro Primo: Eden
Autore: David Falchi
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 247
Prezzo: 3,99 € (ebook), 10,97 (cartaceo)

Voto: 4/5

Trama (dalla quarta di copertina):
Eden.
Un nome paradisiaco per un posto partorito dalla mente di un essere infernale. Non sapevamo che saremmo arrivati lì, una volta attraversato il portale. Ma non avevamo scelta. C’era una ragazzina scomparsa da ritrovare, un’esca troppo perfetta perché potessimo resistere.
Eden.
Un luogo dove la mia magia e le mie protezioni non avevano più alcun potere, dove gli spiriti erano tangibili quanto gli esseri viventi. Un luogo dove Lerner era capace di esistere fuori dallo specchio.
Eden.
Il punto d’inizio di un viaggio che ci avrebbe portati oltre i confini del tempo e dello spazio.

Recensione:

Marcello Kiesel è un detective dell’occulto. La sua forza è riposta nella grande conoscenza dell’altro mondo, in doti spirituali fuori dal comune e in un arsenale magico capace di dargli protezione contro spiriti e demoni. Fiore all’occhiello di questo arsenale è lo specchio nel quale è imprigionato il suo assistente storico: Lerner, uno spirito alla perenne ricerca della libertà.
A questi elementi si è sempre affidato Kiesel, come peraltro anche i libri di David Falchi che lo vedono come protagonista. E a questi elementi si è sempre affidato il fedele lettore, che pregusta di ritrovarli ogni volta che viene annunciato l’imminente ritorno del suo beniamino. Stavolta invece tutto ciò che ci si aspetta viene stravolto e il primo a restarne spiazzato è lo stesso Kiesel, che nella sua nuova avventura non potrà più avvalersi di nessuno di questi elementi di forza. Il suo “tocco” non funziona, le sue reliquie sono oggetti privi di potere, la magia inutile. Quanto a Lerner, presenza abituale nella sua testa, ora è fuori dallo specchio, non più spirito ma un essere vivente in carne e ossa.
È Eden la causa di tutti questi cambiamenti, il luogo nel quale Kiesel e i suoi sono approdati dopo aver varcato il portale del titolo, un luogo senza vita dove la vita è stata riprodotta artificialmente per esseri già morti, in una parodia di esistenza che sa di follia e finzione. Anche Kiesel e la sua squadra ne vengono contaminati, cambiando e perdendosi, lasciando al di qua del portale ciò che conoscevano di se stessi e scoprendo al di là di esso altri lati della loro personalità che forse neanche sapevano di avere.
È una scelta coraggiosa quella di David Falchi. Rinunciare a quelle caratteristiche che hanno reso unico il suo protagonista nei romanzi precedenti per creare qualcosa di completamente diverso dal suo solito poteva rivelarsi una scelta azzardata. In molte parti, infatti, “Eden” somiglia a un fantasy, contaminato appena da un leggerissimo horror e a tratti da qualche trovata sci-fi, ma della componente di occultismo che accompagna abitualmente Kiesel ce n’è ben poca. Eppure Kiesel non ne esce affatto male, riuscendo a fondere all’interno di se stesso quella parte da occultista che già conosciamo con questa nuova identità magic-free. Merito di ciò va al lavoro fatto dall’autore sulla psicologia del personaggio e alla narrazione in prima persona che ci accompagna per mano in questo processo di accettazione del nuovo Kiesel che siamo costretti a fare assieme a lui. Deludente invece il Lerner fuori dallo specchio, quasi inconsistente nella sua normalità per un personaggio che ci ha abituato a essere tutto fuorché normale.
Cambia il mondo, cambiano le carte in gioco, ma la sostanza non cambia: è sempre Kiesel il punto di forza delle storie di David Falchi. E niente paura, la magia tornerà! A dircelo è lo strepitoso cliffhanger del finale.



mercoledì 29 novembre 2017

A second life: Quando la neve si scioglie - Alice Elle

Titolo: A second life: Quando la neve si scioglie
Autore: Alice Elle
Editore: autopubblicato
Pagine: 280
Prezzo: 0,99 € (ebook), 9,61 € (cartaceo)


Voto: 3,5/5


Trama (dalla quarta di copertina):
Una telefonata ha distrutto il matrimonio perfetto di Elena. Una sola frase è bastata perché l’amore per il marito si trasformasse in una ferita infetta, un peso insostenibile che la trascina a fondo.
L’unica soluzione sembra essere prendere un aereo e partire, mettere centinaia di chilometri tra se stessa e una realtà che non è in grado di sopportare, alla ricerca di una pace che sembra perduta per sempre.
Il destino, però, ha in serbo qualcosa di diverso.
Elena approda in una terra ricoperta di ghiaccio e incontra un uomo che in quel gelo ha nascosto la propria anima, per non dimenticare, per espiare…
Gli occhi gelidi di Mikhail la scrutano, la inchiodano, la spogliano di ogni maschera.
Tuttavia, quel ghiaccio brucia più del fuoco e, quando la neve si scioglie, la vita è pronta a germogliare.
A Secon Life è un romanzo autoconclusivo.

Recensione
Sono venuta a conoscenza di questo romanzo grazie agli estratti che l’autrice ha postato nel gruppo di È scrivere e che mi hanno molto intrigata, soprattutto per un motivo: l’ambientazione. Infatti ci ritroviamo in Bielorussia, e abbiamo a che fare con un ospedale che si occupa dei bambini vittime di Chernobyl. Basta America, basta nomi inglesi. I protagonisti sono un’italiana e un bielorusso, Elena e Mikhail. E, insieme a loro, un dolce bambino di quattro anni, Leonid.
Non mi soffermerò sulla trama, perché ho diverse cose di cui vorrei parlare. A second life è una lettura piacevole, che mi ha coinvolta e ha saputo mantenere alta la mia attenzione fino alla fine. Ha tutto ciò di cui ha bisogno un romance, dai due protagonisti che all’inizio non vogliono cedere ai propri sentimenti e quindi si evitano, all’attesa che ammettano ciò che provano, fino a delle belle scene erotiche, molto sensuali, mai volgari, che vengono descritte come atto d’amore che completa la coppia e la rafforza. Lo stile dell’autrice è a tratti frizzante e riesce a strappare qualche sorriso.

«Voi italiani siete diversi, l’ho capito subito. Svendete i vostri affetti. Abbracciate e baciate tutti. Ma i russi non sono così.»
 «Ehm, Lidija, scusa ma tu sei esattamente così. Lo sai vero?»
 Elena temette di averla offesa.
 «E io che c’entro, bambina. Sono ucraina, mica russa!»

Molto toccante, invece, la storia di Nana e della sua famiglia, che ci viene raccontata nel prologo e che segna la vita del protagonista. 

Insomma, tante cose mi sono piaciute e si è capito. Ma ormai non posso fare a meno di notare i difetti di un testo, anche se si tratta di una lettura voluta e di puro svago, come è stato questo il caso. Quindi ecco di seguito quello che non mi ha convinta.
Nel cambio di pdv da un personaggio all’altro, l’autrice tende a ripetere le scene accadute nel capitolo precedente, raccontandole al lettore dal punto di vista dell’altro personaggio, in un riassunto a cui aggiunge le impressioni e le emozioni di quest’ultimo. A volte, oltre a essere ripetitive, si trovano degli “spiegoni”, in cui si spiega, appunto, al lettore cosa volesse significare una certa reazione nel capitolo antecedente. Ecco, voglio dire all’autrice che si capiva tutto. E che non ci sarebbe stato bisogno di riprendere gli avvenimenti dal pdv dell’altro perché, grazie al suo stile e alle sue capacità di coinvolgere il lettore, erano tutte intuibili più o meno subito. Quelle che non si intuivano potevano essere inserite nel testo, senza dover riprendere l’intera scena. Si percepisce quindi un imboccare il lettore che dopo un po’ fa storcere il naso e toglie in parte il piacere di leggere le prime pagine dei capitoli.
I dialoghi a volte risultano costruiti. Siamo davanti a dei personaggi che definirei molto sdolcinati. Se all’inizio stanno alla larga l’uno dall’altra, quando si avvicinano, invece, i dialoghi e i loro pensieri diventano sempre più dolci e melensi. Essendo un romance, il fatto che l'autrice abbia scelto di proporre al lettore personaggi molto dolci può piacere come non piacere, è una questione di gusto personale. Il problema, secondo me, è quando si tira un po’ la corda e alcune battute o pensieri, ripetuti spesso, diventano meccanici e tendono a far pensare: sì, ok, lo hai detto e abbiamo capito. Ma non solo, a volte, anche in momenti di molta agitazione, loro parlano in modo calmo e forniscono poi informazioni che diventano di nuovo una sorta di “spiegone”.
Esempio (la persona è in ospedale dopo esser stata aggredita e ferita; la sottolineature è mia):

«Lo so mamma, scusami se piango, è una reazione nervosa. Mi sentivo così sola e tu sei arrivata. Grazie. Ti voglio bene.»

Per finire ho trovato qualche problemuccio nella punteggiatura riguardante i vocativi, per cui spesso mancavano le virgole, e la presenza di diverse ripetizioni.

In conclusione do alla trama un 4 e allo stile e alla tecnica un 3. Come giudizio finale vorrei ribadire che a me è piaciuto e che, rispetto alla maggior parte dei romance che vedo circolare, è un romanzo originale, non fosse altro per l’ambientazione, anche se non troppo approfondita, devo dire. Inoltre penso che come romanzo d’esordio sia un bel lavoro.

Bellissima la cover, molto azzeccata.


lunedì 20 novembre 2017

Chills - Mary Sangiovanni

Titolo: Chills
Autore: Mary Sangiovanni
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 214
Prezzo: 3,99 € (ebook), 12,90 € (cartaceo, al momento scontato a 10,97 € su Amazon)

Voto: 4/5 

Trama (dalla quarta di copertina):
True Detective incontra H.P. Lovecraft in questo romanzo dell’acclamata autrice Mary Sangiovanni.
Tutto comincia con una brutale nevicata a maggio. L’area più colpita è la cittadina rurale di Colby, nel Connecticut. Le scuole e le attività sono chiuse, la rete elettrica è fuori uso, e il detective Jack Glazier trova un cadavere nella neve. Sembra essere la vittima di un bizzarro omicidio rituale. Non sarà l’ultima. Mentre la neve si accumula, così si accumulano i sacrifici. Tagliato fuori dal resto del mondo, Glazier si allea con una specialista dell’occulto per scovare la società segreta che si nasconde tra loro.
Gli dei che adorano sono inimmaginabili. I poteri che evocano sono inarrestabili. E le cose che faranno alla brava gente di Colby sono profondamente, orribilmente innominabili…

Recensione:
Neve, sangue, morte. Sono queste le parole attorno alle quali gira gran parte del thriller Chills di Mary Sangiovanni. Tutte e tre ugualmente importanti ai fini della storia, vengono esaltate da una trama che ruota attorno a una serie impressionante di uccisioni nel corso di un’insolita nevicata in pieno giugno. Il legame tra neve, sangue e morte è evidente fin dalle primissime pagine, grazie alla scena d’apertura in media res che mostra il ritrovamento di quella che si rivelerà essere solo la prima di tante vittime. Le indagini prendono subito la via dell’occulto quando si ritrova sul corpo del malcapitato uno strano simbolo riconducibile alla Mano delle Stelle Nere, una setta di fanatici che vogliono aprire le porte dimensionali tra il nostro mondo e gli angoli più nascosti e oscuri dello spazio senza stelle.
Tutto sembra guidarci verso un romanzo poliziesco, senza dubbio macabro abbastanza da evocare i brividi del titolo, ma comunque decisamente giallo, con una task force della polizia pronta a intervenire, un bravo detective alla guida e una setta di pazzi visionari che accumula cadaveri per i loro sacrifici e rituali. Sarebbe già una buona trama, e infatti scaffali e tv pullulano di storie del genere. Ma Chills non è questo, o almeno non solo. Una task force c’è davvero, un detective anche e, purtroppo per la cittadina di Colby, ci sono anche i sacrifici della Mano delle Stelle Nere. Il problema vero è che c’è anche altro e che quei pazzi non sono poi così tanto visionari.
L’autrice non fa mistero dell’altro” alle porte di Colby, svelando le carte piuttosto presto nella narrazione e dando subito al proprio romanzo la giusta collocazione. Per comprenderla è necessario aggiungere una quarta parola alle tre di apertura: Antichi.
Chi viene da letture lovecraftiane non può non associarla a un cosmo d’inimmaginabile orrore nascosto appena oltre il nostro mondo, ed è proprio a quel cosmo che attinge Mary Sangiovanni. Le sue creature trasudano incubo, un incubo fatto di freddo e neve, di terrore e morte. Un incubo che non dà tregua finché non si arriva all’ultima pagina. Perché nel romanzo non c’è un attimo di respiro, non c’è pausa, non c’è salvezza: capitolo dopo capitolo si assiste a un crescendo di omicidi, finché la rete non si stringe attorno ai protagonisti e quindi alla risoluzione.
È proprio questa reiterazione di scene simili tra loro che poteva rappresentare la maggiore insidia: più della metà del romanzo è incentrata sugli omicidi degli abitanti di Colby ed era facile scivolare nella noia da ripetizione dello stesso schema. Il motivo per cui ciò non avviene è la capacità di sviluppare la storia anche in senso orizzontale, oltre che in verticale. Si entra allora in contatto con tutti i personaggi, comprese le semplici comparse, di cui si approfondisce la storia e le emozioni, e si finisce per parteggiare per loro anche quando si sa già che saranno le prossime vittime. Grandi autori come King hanno fatto il successo dei loro libri con questa loro abilità e in Chills si sente forte l’influenza di tutti loro.