lunedì 17 settembre 2018

Nyctophobia: Mondo Senza Luce - Carlo Vicenzi

Titolo: Nyctophobia: Mondo Senza Luce
Autore: Carlo Vicenzi
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 252
Prezzo: 3,99 € (ebook), 10,11 € (cartaceo su Amazon)

Voto: 5/5

Questo ebook ci è stato gentilmente offerto da Dunwich Edizioni in cambio di una recensione onesta

Trama (da Amazon):
Le porte della città si sono chiuse alle spalle di Eliana, sul suo capo una sentenza di esilio che ha lo stesso sapore di una condanna a morte.
Nessuna luce. Il Buio ha nascosto il sole agli occhi degli uomini e ora il mondo è immerso nell’oscurità. In un futuro distopico gli esseri umani si sono rinchiusi nelle città, dove possono tenere a bada le Tenebre con il fuoco e l’elettricità. Ma l’ignoto ha sempre esercitato un ambiguo fascino sull’uomo e l’Oscurità sembra diffondere un irresistibile richiamo per coloro che le prestano orecchio. Gli sguardi si rivolgono all’esterno, là dove il Buio ha nascosto il mondo e lo ha plasmato a sua immagine: esseri privi di occhi strisciano dove la luce non arriva, creature sconosciute pronte a ghermire chiunque sia abbastanza pazzo da allontanarsi dalle zone illuminate.
Come può Eliana sopravvivere in quella nera realtà dove lo spegnersi della fiaccola significa morte certa? E, soprattutto, saprà resistere alla tentazione del Buio?

Recensione:
Sono tornata dopo tanta assenza, lo so. Alcuni impegni mi hanno tenuta lontana da tutto, soprattutto dai libri e dalle recensioni. Tuttavia il ritorno è davvero col botto. Non ho dubbi nel dire che questo libro entrerà di diritto nella top10 (o top5 anche) dei libri letti da me nel 2018.
Nyctophobia: Mondo Senza Luce di Carlo Vicenzi è un libro molto interessante. All’inizio mi ha fatto pensare a un film di 7 o 8 anni fa circa, The vanishing on 7th street, di cui mi ha ricordato la ricerca disperata di luce e il terrore di poter rimanere al buio, nemico dei protagonisti. Come nel film il buio è assoluto, vivo, che parla, inganna, seduce. Tuttavia, se quello del film fa sparire, senza che si sappia come o perché, le persone, quello di Nyctophobia è un qualcosa di più profondo, un’oscurità che si è stancata del suo essere relegata negli angoli e ha deciso di prendere il sopravvento, oscurando il sole. La luce, intanto, è diventata una sorta di divinità, l’unica fonte di salvezza, e gli animali e le piante sono mutati per adattarsi al nuovo mondo. Anche gli umani hanno iniziato a mutare, ad arrendersi al cambiamento.
Il mondo creato da Vincenzi è semplicemente fantastico. La storia è ambientata nella nostra Italia, in luoghi che l’autore conosce, o almeno così sembra, ma il tutto, seppur familiare, è alieno, il buio impedisce di ammirare i paesaggi, le descrizioni si fermano ai pochi metri coperti dalla luce, donandoci una visione “a piccole dosi” di quel territorio così diverso dal normale, eppure il tutto è concreto, quasi reale e giusto, rispetto al paesaggio illuminato dal sole. Col buio è cambiata la società, a cominciare dal modo di parlare. Ho adorato che l’autore non abbia creato solo un mondo fisico in cui i personaggi si muovono ma anche un nuovo modo di parlare e pensare.
La storia è molto ben studiata. Talmente tanto che a volte è abbastanza prevedibile ma questi momenti sono compensati da altri davvero belli e molto coinvolgenti. Gli eroi non affrontano il loro sentiero in modo del tutto lineare. Eliana (nome di certo non casuale) si ferma per lunghi periodi, torna indietro e poi prosegue di nuovo, ha dubbi, tentazioni che minano la sua determinazione, ma alla fine tutto la conduce dove deve essere. Ci sono momenti molto toccanti e ho apprezzato come la narrazione cambi, passando da un ritmo concitato nelle lotte a uno più dolce, delicato, nei momenti di lutto. Così come mi è piaciuto il finale, con la sua chiusura circolare, che riporta all’inizio e riempie di ricordi il lettore. Alcune cose non si sapranno mai, molte cose, motivazioni o altro, non sono spiegate, ma va bene così, non toglie assolutamente nulla all’esperienza del lettore.
I personaggi sono ben caratterizzati, forse fin troppo ancorati agli archetipi di cui sono rappresentanti, ma proprio per questo sono facili da amare e si riesce a vivere le loro emozioni come nostre. Eliana è una ragazzina che ha vissuto cose orrende ma ancora prima di essere esiliata dimostra una forza che fuori gli permetterà non solo di vivere nel Buio ma anche di andare oltre questo. Lei perde più di quanto un lettore si aspetti, ma prosegue nel suo cammino, la sua crescita fisica accompagna quella spirituale ed è stato bello che non sia stata trascurata. Il suo mentore, Glauco (altro nome non casuale forse), è una figura misteriosa eppure il lettore, come Eliana, si affezionerà a lui, che è colui che insegna al lettore come è fatto il mondo esterno alla città e come sopravvivere insieme alla sua protetta.
Devo dire che il libro mi ha stupito. Non mi capita spesso che un libro mi prenda così tanto da isolarmi totalmente. Di sicuro alzando lo sguardo dall’ultimo rigo mi sono resa conto di essere incredibilmente più conscia del sole e della luce che mi circondava.
Se non avete ancora letto Nyctophobia, dovete correre a comprarlo. Da parte mia, credo che comprerò il cartaceo e presto troverete la recensione del seguito di questo bel libro.

giovedì 13 settembre 2018

Reboot. Afterlife online - Domino Finn

Titolo: Reboot. Afterlife online (Vol. 1)
Autore: Domino Finn
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 364
Prezzo: 14,90 € (cartaceo), 4,99 € (ebook)

Voto: 2/5

Questo ebook ci è stato gentilmente offerto da Dunwich Edizioni in cambio di una recensione onesta.

TramaTad Lonnerman sta vivendo una giornata schifosa, bloccato in un traffico schifoso, in ritardo per una riunione schifosa. Il lato positivo è che la sua carriera come sviluppatore di giochi non è affatto schifosa, perciò la vita non è poi così male. Almeno fino a quando non muore. Ora Tad si ritrova caricato in un beta test di Haven, un MMO iper coinvolgente e non annunciato, in cui i morti hanno una seconda possibilità di vivere. Non è una realtà virtuale, è una realtà digitale. Un vero e proprio aldilà online. Solo che Haven non è esattamente un paradiso. Tad si imbatte in una faida sanguinaria con i pagani, incontra angeli caduti e si ritrova a farsi raccontare balle dai santi. I suoi unici alleati? Un ragazzo con un'abilità speciale per morire e una fatina che gli rivolge a malapena la parola. Tutto ciò che Tad desidera è tornare alla sua vecchia vita e farà qualsiasi cosa per riuscirci. Anche stringere un patto con il diavolo.

Recensione
Quando ho saputo dell’uscita di un nuovo romanzo di Domino Finn ne sono stata entusiasta. Avevo letto e apprezzato la precedente saga del Fuorilegge della Magia Nera, esaltandomi nel leggere le sue trovate paranormali e soprattutto le sue scene d’azione.
Perciò mi aspettavo molto da questa nuova uscita, anche considerando che la storia si sarebbe basata di nuovo sul fantastico e sull’action, entrambi aspetti in cui Domino Finn ha dimostrato di poter eccellere. Inoltre si sarebbe parlato di giochi di ruolo e, da buona giocatrice, io ne subisco il fascino in (quasi) ogni salsa.
Purtroppo però la lettura si è rivelata più una delusione che una conferma.
Gran parte del demerito credo sia proprio da ricercare nella tipologia di storia che si è voluto narrare, nella quale si assiste per lunghi tratti alla costruzione di un personaggio, con tanto di punti esperienza guadagnati, elenco di abilità acquisite e avanzamenti di livello. Si tratta quindi non di un romanzo ispirato a un gioco di ruolo, come possono essere ad esempio i vari Dragonlance o Forgotten Realms, e nemmeno di una storia in cui un giocatore di ruolo si ritrova nel gioco, come ad esempio la saga Hyperversum, meno che mai un libro come La stanza profonda in cui si parte dal gioco di ruolo per scoprire la vita del protagonista, qui si tratta invece di leggere di qualcuno che sta giocando. Si tratta di leggere di quale equipaggiamento viene scelto, si tratta di vedere quale abilità viene sbloccata, si tratta di sapere i punti ferita dei mostri che si incontrano e quanti ne vengono persi in ogni combattimento a ogni colpo. In due parole: è noioso. Lo è per me, che pure amo i giochi di ruolo, e immagino quanto possa esserlo per chi non li conosce o non è particolarmente attratto.
Accanto ai limiti del genere ce ne sono altri di natura stilistica, e forse è stata questa la delusione maggiore: provate a leggere le prime pagine e fate attenzione alle singole frasi. Notato niente? La subordinazione è completamente assente o ridotta al minimo e il risultato è l’appiattimento del ritmo e la monotonia narrativa. Per fortuna, continuando la lettura, diminuisce la frequenza con cui si ricorre all’uso di un costrutto di questo tipo e pian piano si ritrova una narrazione più articolata e, almeno stilisticamente, il Domino Finn  conosciuto con Il Fuorilegge della Magia Nera.
Altra nota dolente, a mio giudizio, è l’ambientazione. Il gioco ha un’ambientazione romana: i soldati sono legionari, c’è un’arena per i combattimenti che ricorda il Colosseo, i nomi di alcuni luoghi hanno chiara derivazione romana, come ad esempio il Pantheon. Peccato che per la maggior parte del tempo ci si dimentica completamente di tutto questo e le immagini che arrivano al lettore sono di una classica ambientazione fantasy medievale. Se siamo nell’antica Roma perché un’armatura a piastre con tanto di elmo con celata invece di una lorica? Perché le balestre? Perché tanto spazio a creature legate all’immaginario medievale come i draghi anziché trovarne altre più vicine a quello classico (arpie, gorgoni, chimere, minotauri... i miti traboccano di creature del genere)? E perché la scelta di usare angeli, santi (San Pietro? davvero?) e il diavolo invece, ad esempio, delle divinità greco-romane? Intendiamoci, l’ambientazione medievale va benissimo, è un classico del fantasy e personalmente è la mia preferita, ma nel momento in cui si fa una scelta diversa poi bisogna essere coerenti con quella scelta, valorizzarla e mostrarla in modo adeguato per renderne partecipe il lettore. Altrimenti il risultato è che chi legge immagina il protagonista per tutto il tempo in un contesto medievale, salvo imbattersi di tanto in tanto in un sandalo o in un centurione. Tra l’altro riguardo questi ultimi mi sorge il dubbio che l’autore non conosca la differenza tra centurione e legionario, visto che usa i due termini praticamente come sinonimi.
Cosa resta di buono? Quello che Domino Finn sa fare meglio: scrivere scene d’azione. I combattimenti sono il suo pane e si vede: riesce a renderli alla grande, con buona precisione descrittiva e allo stesso tempo mantenendo fluida la narrazione, riesce a far uscire il meglio da ogni personaggio valorizzandone le qualità e caratterizzandolo in base alle azioni che compie o alle scelte che fa, riesce a muovere con perizia tutti i partecipanti dando una visione di insieme che rende la scena quasi cinematografica. Riesce. E lo fa sempre, immancabilmente.
Saper scrivere scene d’azione non è facile e Domino Finn ha un invidiabile talento per questo. Come per l’ambientazione, va però saputo sfruttare, magari con una storia tutta action.




sabato 25 agosto 2018

Steambros Investigations: L'anatema dei Gover, di Alastor Maverick e L.A. Mely

Titolo: Steambros Investigations: L'anatema dei Gover
Autori: Alastor Maverick e L.A. Mely
Editore: Dark Zone
Pagine: 148
Prezzo: 2,99 € (ebook)

Voto: 3/5

Trama
Un solo indizio sancisce l’inizio della caccia. I fratelli Hoyt viaggeranno fino a Glasgow con il loro sidecar seguendo le tracce di Emma. Arriveranno nella villa dalle pareti a mosaico della famiglia Gover dove un nuovo caso li attende. Una maledizione grava sulla famiglia e il mistero sulla scomparsa di Emma si infittisce. I due investigatori saranno costretti a combattere con lati dei loro caratteri che neanche sapevano di avere e che potrebbero minare la loro capacità di giudizio, ma dovranno anche affrontare una minaccia più grande. Tra tecnologie avanzate, pericoli celati e verità nascoste la vita degli Hoyt sta per essere di nuovo stravolta. Cosa troveranno scoperchiando il vaso di Pandora?

Recensione:Siamo al secondo capitolo delle avventure dei fratelli Hoyt, gli Steambrothers, come vengono chiamati dopo il loro primo successo londinese. Per questo libro l’ambientazione si sposta nel Galles, dove i due si recano per cercare la sorella perduta, ma resta sempre infarcita di particolari steampunk che conferiscono fascino e curiosità. A mio giudizio la scelta di un genere che punta così tanto sull’ambientazione e sull’atmosfera è l’aspetto più interessante del romanzo: la sfida è non relegare lo steampunk sullo sfondo né farlo diventare folkloristico, ma intrecciarlo agli eventi e al contesto generale nel quale si muove la vicenda, proporlo come un mondo verosimile e non solo come macchia di colore. In questo senso, gli autori riescono a fare centro, trattando questo genere con un rispetto e una cura anche maggiore che nel primo libro. L’unica perplessità è forse solo sui dispositivi di riconoscimento digitale, tecnologia più vicina all’elettronica/informatica che alla meccanica e quindi aspetto più da fantascienza/cyberpunk che da steampunk. Niente però ci vieta di pensare che ci sia un qualche meccanismo diverso dall’analisi grafica delle impronte sviluppato in assenza di conoscenze informatiche. 
Mi ha invece lasciato di nuovo poco impressionata la parte investigativa del romanzo, che mi ha poco coinvolto e che ho trovato organizzata in maniera un po’ troppo semplicistica. In particolare per la risoluzione finale si ricorre ancora alla genetica, trattandola tuttavia in modo estremamente banale e scegliendo uno di quei casi elementari che vengono usati proprio a titolo esemplificativo per spiegare l’ereditarietà X-linked nei corsi introduttivi di base (non entro troppo nel dettaglio per ovvie ragioni di spoiler). Da un testo di narrativa non ci si aspetta certo un saggio di genetica, ma non è bello neanche ritrovarci gli esempi tipici di un libro di scienze delle medie-superiori, senza lo sforzo di cercare qualcosa di più originale. Questo va ovviamente a scapito della suspence, visto che, quando si inizia a subodorare lo zampino di una spiegazione genetica (piuttosto presto, a dire il vero), la risposta arriva decisamente telefonata. Su quanto detto va comunque considerato che mal sopporto i gialli in generale e che la mia scarsa partecipazione potrebbe essere conseguenza del genere stesso più che della storia in sé. 
Tralasciando i pregi portati dallo steampunk e i difetti portati dal giallo e giudicando invece il testo senza tener conto del genere, si nota uno stile ancora acerbo che però mi sembra in miglioramento rispetto al precedente romanzo. 
In particolare, è presente qualche difetto linguistico sia dal punto di vista grammaticale sia dal punto di vista narrativo. Nel primo caso si trova qualche, raro, problema di concordanza di genere per i pronomi personali (es. “cambiargli la ferita” riferito a una donna) e, più di frequente, un uso scorretto o impreciso della punteggiatura, in particolare della virgola che manca quasi sempre nei vocativi e non viene usata nel modo appropriato per dare il giusto senso a frasi ambigue (es. “In confronto a Londra c’è un clima temperato e piacevole”: senza nessuna virgola non si può capire se si intende che, in confronto a Londra, nel posto in cui si trovano c’è un clima temperato e piacevole o se, in confronto al posto in cui sono, a Londra c’è un clima temperato e piacevole. Per la cronaca, è la seconda). Se a queste sviste, come anche a qualche ripetizione di troppo, si può porre facilmente rimedio con una più attenta pulitura del testo, le imperfezioni narrative sono più profonde. Oltre a qualche infodump, digressione e scivolone sul pdv, che a volte salta dai fratelli Hoyt alle abitudini e ai retroscena della famiglia Gover, si nota l’abbondanza nell’utilizzo frasi fatte (“macinare km e km”, “avere il diavolo alle calcagna”, “cigolio sinistro”, “il tempo smise di scorrere”, “preciso momento”) e parole poco specifiche (“una sensazione inquietante”, “un rumore indefinibile”), che non aggiungono nulla all’immagine o alla sensazione che si vuole far passare. A volte, oltre ad essere poco specifiche, queste scorciatoie narrative sono anche senza senso, come nel caso del rumore indefinibile: “Dalla stanza dove la famiglia era solita trascorrere la maggior parte del tempo provenne un rumore indefinibile. Era un pianoforte accompagnato dalle corde di un violino e poi un flauto che seguivano la scalata di note tamburellate da qualcuno su tasti bianchi e tasti neri all’inseguimento di una toccata e fuga in Re minore di Johann Sebastian Bach.” Vista l’accurata descrizione, direi che il rumore era più che definibile. 
Alcune parole sono poi usate male, nel senso che non hanno il significato che si vuole dare loro: ad esempio “fessurare” (nel testo viene usato “fessurò gli occhi”) nel suo, raro, uso transitivo significa crepare, fendere, non ridurre a fessura come nell’accezione di socchiudere gli occhi. Discorso a parte per la frase “dare sintomo di sé” perché figlia di un’erronea trasposizione nel linguaggio comune di un termine medico: per quanto i due termini possano essere confusi al di fuori dell’ambiente medico, tanto da ritrovarsi come sinonimi, segno e sintomo non sono sinonimi per niente poiché il segno è un dato oggettivo riscontrabile dall’osservatore, mentre il sintomo è una sensazione soggettiva riferita dal paziente. Per questa ragione “dare sintomo di sé” non può essere uguale a “dare segno di sé”, perché la prima sarebbe una manifestazione soggettiva di quel “sé” mentre la seconda, richiesta nel caso specifico di questo testo dal senso della frase, è oggettiva. 
Altra imprecisione linguistica è sull’”andare in tilt”, espressione che si riferisce al blocco delle funzioni e derivata dal blocco (tilt) del flipper, che però vede la luce solo nel 1950 circa, quindi successivamente all’età vittoriana: qualora in una realtà alternativa steampunk il gioco si fosse sviluppato prima (possibile, visto l’uso di meccanica ed elettricità) occorreva contestualizzare meglio il termine.
Meno evidenti ma presenti anche alcune note stonate concettuali più che di forma o stile. Ne riporto due esempi. 
I due fratelli Hoyt si stupiscono di trovare oleandri (perché poi a volte è scritto in maiuscolo?) perché sono piante che necessitano di cure continue e costose: non so se sia vero (fanno da spartitraffico in molte autostrade, che non hanno questa grande manutenzione, ma non sono un’esperta di botanica), ma non vedo il problema visto che si trovano nel giardino della villa di una famiglia ricca che di certo può permetterseli. Che degli astuti investigatori non notino questo “particolare” sembra strano. 
In un secondo caso, Mel definisce raro che un fulmine colpisca due volte lo stesso punto: visto che un fulmine tende a scaricare (quasi) sempre sul punto più alto (vedi la teoria delle punte), va da sé che ci sono punti che, per il solo fatto di essere più in alto degli altri, vengono colpiti anche centinaia di volte dai fulmini. È il concetto sul quale si basano i parafulmini (e Franklin aveva già esposto le sue teorie in età vittoriana). Il fatto che a dire una sciocchezza del genere sia proprio Mel, di cui si ribadisce più volte la logica, l’intelligenza e la cultura, toglie credibilità al personaggio. Ovviamente nel passaggio si fa riferimento al fatto che sia raro che un fulmine colpisca due volte, in maniera casuale, la stessa persona, che è diverso dal dire che colpisce due volte lo stesso punto. Proprio per le caratteristiche del personaggio di Mel, una maggiore attenzione ai particolari sarebbe auspicabile. 
Ci tenevo a sottolineare quelli che, a mio giudizio, sono i punti più deboli del romanzo per dare un feedback utile a due autori in crescita che si stanno cimentando in quella che sembra essere una vera e propria saga investigativa, nella speranza che nei prossimi capitoli si possa far tesoro anche di queste osservazioni. 
Non si cada però nell’errore di considerare questo secondo libro un passo falso perché sono tanti gli aspetti positivi del libro. La storia orizzontale, quella che si dipana romanzo dopo romanzo, ha tutte le caratteristiche per avvincere. I due fratelli sono infatti alla ricerca della sorella maggiore, che sembra invischiata in qualcosa di bello grosso, tanto da richiedere la comparsa di un villain in questo secondo episodio: promette azione, colpi di scena e anche una buona carica emotiva visto l’affetto che lega i tre fratelli e la loro lunga separazione. 
Questo filone nel quale si aprono le varie indagini è degno di essere seguito nel tempo e incoraggiato e la contaminazione tra il genere steampunk e il giallo può aprire nuovi orizzonti agli amanti dell’uno e dell’altro genere. Mi aspetto, quindi, una crescita nel tempo della storia e degli autori, che continuerò a seguire con interesse.




giovedì 5 luglio 2018

Segnalazione: "Ivan", di Malia Delrai

Titolo: Ivan
Autore: Malia Delrai
Editore: Delrai Edizioni
Pagine: 450
Prezzo: 19,90 € (cartaceo), 4,99 € (ebook)
Link per l'acquisto: Casa editrice, Amazon

Quarta di copertina: Ivan Volkov è uno dei killer più temuti della Russia per ferocia e precisione. Lui è un Lupo di Tambov e il migliore amico di Roman Nevskij. Non ha mai fallito un obiettivo, mai, da quando ha conosciuto ed è diventato il braccio destro del leader della Tambovskaja, la mafia russa di San Pietroburgo. Perciò si trova spiazzato quando a puntargli la pistola contro il torace è la figlia dell’uomo che dovrà uccidere e che lo sfida con i suoi occhi da assassina: lei non è poi così diversa da lui. A sconvolgere l’uomo è la proposta che la ragazza gli fa: del sesso in cambio della vita. Lo sguardo di Ania Mikhajlova sembra schernirlo e il sorriso malizioso che gli lancia lo provoca e vuole fargli superare ogni limite. Due assassini a confronto, anime affini, spiriti sconfitti dall’assenza di umanità. Nessuno di loro è disposto a perdere, in una lotta di passione e di violenza reciproca. 
Perché l’unico modo che hanno per sopravvivere è uccidere, anche quando si tratta di sentimenti.

Estratto
[…] Ironico: il tatuaggio della Santa Muerte sul braccio sinistro sembrava fissarlo, per ricordargli la crudeltà con cui gli faceva pagare ogni scelta. Una vera stronza, pensò. Si leccò le labbra che scoprì secche e il sudore freddo che lo investì lo fece eccitare. Ebbe un’erezione e gli venne voglia di masturbarsi per poi lasciarsi andare all’oblio. Perché un uomo doveva avere un orgasmo prima di crepare ed essere ficcato in una tomba. Singhiozzò e vide un taglio netto aperto sul petto colare rosso. Porca puttana! Il vetro faceva proprio tagli netti, di una precisione chirurgica. Strinse tra le dita la fondina e si rese conto di trovarsi riverso sul pavimento in una pozza di sangue. L’odore era sempre lo stesso, proprio non se ne voleva andare. Perché? Chiuse le palpebre e mosse piano la testa. D’un tratto sentì un colpo sordo sfondargli i timpani. Non capì dove, ma trovò la forza di alzare il capo verso la direzione del rumore. Gli occhi non erano stati colpiti dai frammenti perché vedeva ancora, ma era sicuro di avere uno zigomo fuori gioco. La vista lo tradì, perché non riuscì a mettere a fuoco, l’unica cosa che gli parve di vedere fu un corpo massiccio corrergli incontro.

L'autrice:
Malia è… be’, Malia. C’è poco da dire su di lei, la si deve conoscere a fondo per poterla definire in qualche modo: un po’ Pippi Calzelunghe, un po’ Cartesio, con un pizzico di Casanova e Saffo, mista a Baci Perugina. La sua vita è un continuo combattere contro le tentazioni del cibo e del comprare libri, ne è fortemente dipendente, e non esclude in futuro di poter aprire un gruppo di golosi anonimi e lettori indomiti. Un suo serio problema è scegliere tra scrittura e lettura, ma ha risolto in fretta aprendo una casa editrice: la Delrai Edizioni.

venerdì 29 giugno 2018

The killing kind - Bryan Smith

Titolo: The killing kind
Autore: Bryan Smith
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 321
Prezzo: 1,99 € (ebook), 14,90 € (cartaceo)
Data di pubblicazione: 29.06.2018

Voto: 3,5-4/5

Trama (dalla quarta di copertina)

Nello stile di Natural Born Killers e The Devil’s RejectsThe Killing Kind è la storia di diversi serial killer che si scatenano negli Stati Uniti orientali. E in mezzo a questo inferno c’è Rob Scott. Non è un assassino. Ma, come una falena attratta dalla luce, non riesce a resistere al fascino di Roxie e si ritroverà trascinato nel mondo di sangue e caos della ragazza tatuata e follemente sexy. Roxie è bella. È la donna dei suoi sogni.  E Rob non sa se lo ucciderà, se farà sesso con lui o entrambe le cose. Mentre Roxie e Rob si lasciano alle spalle una scia di sangue attraverso il Paese, un gruppo di studenti arriva a una casa sulla spiaggia di Myrtle Beach per le vacanze di primavera. I giovani sono inconsapevoli del pericolo in agguato mentre si godono il sole e il mare. Non sanno che anche Roxie e Rob sono diretti alla stessa spiaggia…

Ringraziamo Dunwich Edizioni per averci permesso di leggere
in anteprima questo romanzo

Recensione

Titolo, cover (splendida), quarta di copertina. Il romanzo di Bryan Smith si presenta esattamente per ciò che è: uno splatter che promette sangue, violenza e uccisioni. Tante uccisioni, così tante che perderete presto il conto delle vittime. Ma anche degli assassini, se è per questo. Perché qual è “il tipo che uccide”? Il ritratto che ne fa Bryan Smith è chiaro: il tipo che uccide è un tipo fuori di testa, un tipo “incasinato”, per dirla con le sue parole. Questo incasinamento omicida può andare da una psicosi franca come quella di Zeb, a cui un’allucinazione/voce suggerisce chi e perché uccidere in classico stile schizoide, a una psicosi latente come quella di Julie, che aspetta solo di manifestarsi, a qualcosa di più complesso, non facilmente inquadrabile nello spettro di una patologia psichiatrica ben definita, come nel caso di Roxie, vera protagonista assassina del libro (con buona pace di Julie e del suo blog, variante piuttosto inutile ai fini narrativi).
Ma “il tipo che uccide” non è solo questo.
Potenziale killer è un marito alla soglia dei cinquanta che è stanco della moglie e che fantastica sulla babysitter di sua figlia (seconda potenziale vittima del potenziale killer). Potenziale killer è una ragazzina in cerca di celebrità, disposta a sacrificare gli amici pur di ottenerla. Potenziale killer è un barista che pesta un avventore senza nessun motivo. Potenziale killer è Rob, ragazzo di ventitré anni preso in ostaggio da Roxie, diviso tra l’attrazione che prova per lei e la repulsione per le sue azioni. O forse è attratto e respinto da entrambe le cose insieme.
Potenziali che restano tali, per loro fortuna o disgrazia. E che lasciano con tante domande, la più pressante delle quali è la seguente: è quindi solo l’”incasinamento” mentale a far compiere quel passo tra l’avere una natura violenta e l’essere un assassino?
In ogni caso, una quota più o meno grande di perversione è presente in tutti i personaggi del libro, tra i quali non se ne trova uno che si possa considerare veramente positivo (si cerca nel finale di dare questo ruolo alla coppia Annalisa-Sean, ma il loro peso all’interno della narrazione è troppo leggero per poter essere presi in considerazione per qualcosa di più di una comparsata).
Questo livellamento dei personaggi, presentati tutti come potenziali “killing kind”, da un lato dà al romanzo una suspense incredibile che porta a divorare le pagine, poiché da ciascuno di essi ci si può aspettare qualunque cosa, ma dall’altro toglie contrasti, lasciando solo i toni scuri alla moltitudine di sfaccettature che caratterizza le persone.
Ma, ehi, torniamo alla prima riga. “The killing kind” è esattamente quello che appare: uno splatter che promette sangue, violenza, uccisioni. Se volete scandagliare l’animo umano avete sbagliato genere.


mercoledì 27 giugno 2018

Segnalazione: "The Black Star", di Daniele Cardetta

Titolo: The Black Star
Autore: Daniele Cardetta
Editore: Meligrana Editore
Pagine: 366
Prezzo: 4,99 € (ebook), 15,00 € (cartaceo)
Link per l’acquisto:
-          - Casa editrice: http://www.meligranaeditore.com/the-black-star_2798136.html



Con The Black Star Daniele Cardetta ci trasporta nel Settecento, durante la guerra anglo-spagnola, a solcare i mari insieme ai pirati, la cui storia si intreccia ben presto con quella della tratta degli schiavi.
 Un romanzo storico e d’avventura, risultato di accurate ricerche da parte dell’autore.
Un romanzo d’intrattenimento per giovani e adulti, ma anche uno spunto di riflessione per tutti noi.
Non perdere l’occasione di navigare insieme ai pirati Pedro Lind e Juan e di conoscere lo schiavo Asa, un ragazzo forte che non è pronto a sottomettersi a nessuno!

Quarta di copertina:
"The black star" è una narrazione a più voci ambientata durante la guerra anglo-spagnola della prima metà del Settecento. Personaggi diversi, pirati e gentiluomini, schiavi e nobili sono protagonisti di una grande avventura che si dipana tra le due sponde dell'Atlantico. Le pagine del romanzo sono luoghi di incontro, come tavolini di locande fumose in cui ogni personaggio racconta la propria vita e il proprio punto di vista, e dove vittime e carnefici possono finalmente pareggiare i conti. Il romanzo affonda l'ancora in un momento buio della Storia, nei drammi individuali di schiavi sradicati e strappati alle loro case, in antichi rancori che si mischiano con la quotidiana sofferenza di uomini fatti merce, restituendo un quadro di cupa disperazione. L'angoscia e l'oscurità si intrecciano con la luce e le speranze del giovane Juan che, rimasto senza famiglia, accetta di aggregarsi a un gruppo di pirati e inseguire un sogno più grande: la vendetta di Lind, il suo capitano, una missione di giustizia, guidata da alti ideali e profondo risentimento.

Estratto:
Nonostante le spalle larghe e un aspetto fiero, Asa aveva solo sedici anni, e per quanto si sentisse già un uomo era chiaro che il terrore stesse cominciando a prendere possesso del suo animo. Non fece in tempo ad alzarsi in piedi che la porta si spalancò e Asa vide fare capolino il volto di suo fratello Hukaw, di una decina d'anni più grande di lui. Era visibilmente nervoso e spaventato e Asa capì che non doveva perdere tempo, in men che non si dica era in piedi, proteso verso il fratello e con i nervi pronti a scattare.
«Asa, devi fuggire, gli Aro stanno arrivando».
La cupa realtà travolse Asa come un fiume in piena. Anche solo nominare gli Aro provocava in tutta la sua gente un panico incontrollabile, molte erano le storie sui predoni che giungevano nei villaggi e seminavano morte, prendendosi tutti i ragazzi e le ragazze. Suo padre gli raccontava spesso di essere riuscito a sfuggire per miracolo a una razzia di quegli schiavisti una ventina di anni prima, ma troppi cadevano nelle loro reti ed era impossibile capire a quale futuro andassero incontro. Nessuno era mai tornato indietro a raccontare cosa fosse successo, così la fantasia popolare aveva diffuso le dicerie più temibili, ma non ci voleva molto a intuire che non sarebbe accaduto nulla di buono a chi finiva prigioniero degli Aro.

L’autore:
Daniele Cardetta è nato a Torino nel 1983. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea si è dedicato al giornalismo e alla scrittura creativa. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo La Rivincita di Zord, prima parte della trilogia de La città ribelle, conclusasi con l’uscita de I fiori della battaglia nel 2013 e La giustizia della spada nel 2015, tutti editi da Nettuno Lab. Grande appassionato di storia e cultura, l’autore cerca con le sue opere di affrontare temi variegati ma sempre attuali offrendo un contenuto e una narrazione diversi dal solito.


venerdì 22 giugno 2018

Lois & Luke. Giro di vite - Annemarie De Carlo

Titolo: Lois & Luke - Giro di vite
Autore: Annemarie De Carlo
Editore: GoWare
Pagine: 186
Prezzo: 4,99 € (ebook), 11,99 € (cartaceo)

Voto: 3,5/5

Trama (dal sito dell'editore):
Lois e Luke si incontrano sulle tavole di un palcoscenico a New York. Entrambi arrivano da un’infanzia maltrattata e l’incontro delle loro mancanze diventa subito amore. Tra Lois e Luke sono scintille di passione dal primo momento e i due ragazzi cominciano una storia.

Jock, padre di Luke, poliziotto omofobo e feroce, scopre l’omosessualità del figlio e lo pesta a sangue, tanto da fargli perdere la memoria. Lois cerca disperatamente di ritrovare il suo ragazzo, ma Jock ha fatto sparire di lui ogni traccia. I due ragazzi sembrano destinati a non rivedersi mai più.

In Lois & Luke. Giro di vite, nuovo romanzo della collana Pesci rossi LGBT diretta da Luigi Romolo Carrino, la scrittura di Annemarie De Carlo, morbida e lieve, si presta a un male to male classico, un gay romance delicato dalle tinte nere e fucsia.                       

Recensione:
Questo ebook mi è stato inviato dalla casa editrice GoWare mesi fa e solo ora sono riuscita a trovare il tempo di leggerlo per recensirlo.
Ci troviamo davanti a un romance M/M leggermente diverso dal solito, che affronta tematiche LGBT senza addolcire la pillola. Un ragazzo, Luke, viene picchiato a sangue dal padre e finisce in ospedale, in fin di vita. Resta in coma per alcuni giorni e al suo risveglio niente è come prima, nemmeno lui.
Ricorda solo un nome, piange, ma non sa perché. Lois.
Lois vede strapparsi dalle mani una storia d’amore appena sbocciata e per buona parte del libro non scoprirà perché gli sia stata negata di colpo. Ha un passato duro, non ha avuto una vita facile e se è quel che è lo deve solo a se stesso.
Entrambi sono bellissimi, entrambi sono attori in un pezzo di teatro (Giro di vite) che li ha fatti incontrare e innamorare e che sarà parte di loro fino alla fine.
Cos’hanno di diverso, quindi, dai personaggi tipici del genere M/M? Sono reali. Sono credibili. Dopo mesi, anni ad aspettare l’altro non li troviamo a piangere e a restare fedeli all’ex-compagno, non sentiamo uscire dalle loro bocche parole dolci e melense per l’altra metà che li ha abbandonati. Sono persone che cercano di andare avanti con le proprie vite.
Trovandoci comunque di fronte a un romance, come è giusto che sia, il loro amore non si è mai sbiadito e continua a vivere nei loro cuori fino al loro incontro. Anche questo molto reale.
Ma non voglio parlare oltre della trama o dei personaggi, perché rischierei di spoilerare qualcosa; credo di aver reso l’idea sul genere di romanzo che vi troverete a leggere, nel caso vi avessi fatto incuriosire.
Personaggi quindi credibili, ambientazione ben descritta che accompagna la storia e ne è parte vera e propria. Penso alla casa di Luke, che rispecchia perfettamente i vari momenti della sua vita: quando ordinata e pulita, quando cupa, quando in disordine e non curata.
Da quello che ho spiegato finora si capisce che è un libro che ho letto volentieri, lo stile di Annemarie De Carlo è scorrevole,  la scelta di parole non è casuale.
Do 3,5 stelline su 5 perché trovo che la storia in sé, la trama, avesse avuto bisogno di un più ampio respiro, di più spazio per svilupparsi e per raggiungere il lettore. Con Luke e Lois avrei potuto piangere, amare, soffrire, arrabbiarmi, ma mi sono sempre ritrovata “fuori” dal libro, spettatrice di qualcosa che accade ma non mi coinvolge davvero.
Piccola nota dolente: non ho trovato la cura nella revisione del testo (ripetizioni, refusi) che ho trovato, invece, in un altro libro della GoWare. Quando ho iniziato a leggerlo, data l’esperienza precedente, ho dato per scontato che avrei trovato un testo pulitissimo, purtroppo non è stato così ed è un vero peccato, perché altrimenti avrei dato anche 4 stelline.
Resta comunque un libro che ho letto con piacere, scritto da un’autrice che consiglio di seguire perché le sue storie portano una boccata d’aria fresca in un genere che ormai le ha viste più o meno tutte.