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Recensione: New Grub Street, di George Gissing


Autore: George Gissing 
Titolo: New Grub Street
Traduttore: Chiara Vatteroni
Editore: Fazi Editore
Pagine: 574
Prezzo: € 20 (Cartaceo) € 9.99 (E-book)

Voto: 4,5/5 

Puoi acquistarlo QUI (ebook) e QUI (cartaceo).

Questo ebook ci è stato gentilmente offerto da Fazi Editore in cambio di una recensione onesta.

Quarta di copertina: 
Grub Street è la via di Londra in cui furono aperte le prime stamperie e dove nacque il mestiere di scrittore in senso moderno. Resa celebre da Alexander Pope nella sua satira del mondo letterario, da allora definì l’ambiente in cui si svolgeva l’oscuro e ingrato lavoro di un esercito di scribacchini costretti a sbarcare il lunario. Nella Londra di fine Ottocento, Edwin Reardon è uno scrittore di grande talento ma dallo scarso successo commerciale. Sebbene la continua incertezza economica e la povertà incipiente minaccino il suo matrimonio con Amy, è incapace di piegare la sua arte alle logiche del mercato e porterà avanti la sua coerenza fino alle estreme conseguenze. Al contrario, Jasper Milvain, giornalista rampante e giovane sfrontato, in cambio di ricchezza e affermazione sociale è disposto a tutto: curerà sempre e solo le relazioni convenienti, scriverà ponendosi come obiettivo primario di ottenere fama e denaro, romperà la promessa di matrimonio fatta a Marian Yule, figlia dello scrittore Alfred Yule e scrittrice a sua volta, preferendole un’altra donna che può portargli maggiore vantaggio.
Pubblicato nel 1891, “New Grub Street” diede a George Gissing un posto di primo piano tra gli scrittori dell’epoca vittoriana. Con uno stile originale, ricco di humour, Gissing ritrae un variegato gruppo di romanzieri, giornalisti e studiosi durante la crisi culturale e letteraria degli ultimi anni del diciannovesimo secolo.

Recensione a cura di Daniela:
“New Grub Street” è stato scritto quasi 130 anni fa, ma più volte durante la lettura ho avuto il dubbio fosse molto più moderno, quasi contemporaneo. L’attualità di moltissimi passaggi è davvero stupefacente. Nonostante le numerose tematiche, ho trovato come tutte, o quasi, potessero adattarsi benissimo ai giorni nostri. Sarà una recensione un po’ lunga ma c’è davvero tantissimo da dire.
La storia prende in esame diversi personaggi, principalmente quelli di cui si parla nella quarta, ovvero Edwin Reardon e Jasper Milvain, ma si estenderà anche a Marian Yule, alla moglie di Edwin e a un altro paio di scrittori, amici dei primi due. Le loro vite sono il sunto della battaglia ideologica che è presente, forse anche troppo, in tutto il romanzo e che, credo, è sempre stata al centro della letteratura, antica e moderna. Due, infatti, sono le idee di scrittura presenti nel testo, che chiede in parte al lettore, soprattutto in alcuni punti con l’intervento in prima persona dello scrittore, di schierarsi a favore di una di esse.
La prima vede i suoi rappresentanti in almeno tre personaggi principali. Il principale è Edwin Reardon, scrittore di grande talento, insicuro e idealista, che si trova a vivere in un periodo in cui il suo modo di fare letteratura è visto come appartenente al passato. Il mondo ormai è moderno e bisogna adattarsi ai tempi per sopravvivere. Edwin non ne è capace. Per lui, grande estimatore dei classici latini e greci, la letteratura deve seguire ancora un certo schema, deve essere bella nella forma e nel contenuto, deve avere qualcosa da dire. Un po’ quello che pensa anche Marian, per la quale un autore dovrebbe avere un messaggio che vuole comunicare agli altri. Anche Biffen è un personaggio che crede nella scrittura che abbia un certo scopo, seppure diverso da quello di altri, e lo persegue indipendentemente dal successo che questo possa avere.
Dall’altro lato abbiamo due uomini che invece sembrano avere una visione più completa del tempo in cui vivono e dei cambiamenti in atto. Primo è appunto Milvain che, perfettamente conscio del proprio talento e per niente insicuro come Reardon, riesce a vedere la scrittura come un lavoro, in cui l’applicazione e le giuste molle possono dare ottimi risultati e permettere di viverne bene. Anche Whelpdale potrebbe essere un uomo nuovo, conscio del suo non avere successo sfrutta le sue capacità per crearsi nuovi lavori e sfruttare appieno quelle che sono le caratteristiche della società.
Reardon e Milvain sono le due idee a confronto: il valore di una letteratura raffinata e di pregio che lasci qualcosa nel lettore e nel tempo contro una che diventa al pari di un lavoro meccanico, più di successo e a mero consumo della contemporaneità, senza alcuna pretesa di rimanere ai posteri.
Le emozioni che si provano per questi due personaggi sono molto altalenanti. Reardon suscita la simpatia dei lettori. Cagionevole di salute, scrittore che non riesce ad avere successo nonostante il talento, oppresso da una società che dà più valore alle apparenze che alla sostanza, vessato da problemi economici, non ci si può non ritrovare a fare il tifo per lui. Milvain, invece, ostenta una sicurezza nelle sue capacità e nelle sue teorie sulla letteratura atta a soddisfare il pubblico e quindi a vendere e un attaccamento al denaro che non lo rendono subito simpatico, soprattutto a chi ha una visione romantica della scrittura. È scaltro, interessato solo al suo futuro e al modo per assicurarsene uno soddisfacente, pronto a calpestare non solo i sentimenti degli altri ma anche i propri pur di perseguire i suoi scopi. Entrambi, però, hanno un’evoluzione nel corso del testo, i loro caratteri diventano più sfaccettati e tridimensionali. Si scoprono nuovi aspetti delle loro personalità, il lato più duro e orgoglioso di uno e il lato più debole e dubbioso dell’altro, senza che questo vada a intaccare comunque il loro “design” originale, a cui essi tornano sempre. Gli altri personaggi, seppur ben accennati, avranno ruoli minori, chi più chi meno, e non riescono a ottenere un approfondimento maggiore. Un posto d’onore nel mio cuore lo avrà comunque sempre Biffen.
Le cose che accadono sono tante, in un'altalena di emozioni. Dirle sarebbe non solo lungo, ma anche uno spoiler maggiore di quelli fatti dalla quarta di copertina.Voglio quindi prendere in esame alcuni punti e temi che mi hanno colpita.
Uno di questi, dominante, al di là della scrittura, è quello della povertà. Un demone che distrugge ogni cosa, che divora i sentimenti, la dignità e la felicità. Tutti, o quasi, in questo romanzo ne sono colpiti, in maniera variabile, da semplici problemi ad arrivare a fine mese a vivere letteralmente di stenti. La povertà costringe a compromessi, a sacrifici che non sempre si vogliono fare, alla morte dell’amore, della passione per la scrittura, della voglia di vivere. Questo tema è presentissimo in tutto il libro ed è la molla che muove tutta l’azione. Viene analizzata crudelmente e crudamente, senza sconti sul disgusto che provoca, sulle condizioni che porta, anche sui dettagli dei costi o delle necessità. È reale, tangibile e resta una minaccia, che arriva anche al lettore.
C’è poi quello del giudizio altrui e di come questo vincoli e plasmi la vita di alcune persone. La libertà personale di fare scelte che siano indipendenti dall’opinione altrui arriva a essere addirittura una totale follia per alcuni personaggi. Non è forse un tema tremendamente attuale? In una società che tanto spesso, forse a volte troppo, viene accusata di superficialità e di essere dominata dalla apparenza? Trovare similitudini così grandi con un testo di oltre un secolo fa… bé non so se sia consolante o spaventoso.
Affine e anzi complementare a questo punto credo sia il pensiero che domina i progetti futuri di Milvain, che cerca un matrimonio di interesse per finanziare le conoscenze che lo porteranno al successo. “Bisogna diventare famosi prima di riuscire ad assicurarsi l’attenzione che verrà con la fama”, dice Milvain. La fama che si avrà con un’opera, quindi, deve essere molto alimentata da un precedente lavoro di conoscenze, amicizie e contatti che deve portare il proprio nome sulla bocca delle persone giuste prima di esporsi con la suddetta opera. In pratica, per avere successo (e si presuppone un successo meritato, o almeno si spera) bisogna essere già famosi. Mi sembra anche questo un tema molto dibattuto in moltissimi campi in questi anni, anche e soprattutto in ambito letterario. Questo libro, ricordo, è della fine dell’800.
Gli aspetti del libro sono ancora tanti, come quello della donna e del ruolo di moglie, considerata una zavorra o un mero trampolino di lancio, raramente vista con la lente dell’amore, sentimento che nel libro porta inevitabilmente alla distruzione. Se dovessi soffermarmi su tutti ne uscirebbe un vero saggio (persino più lungo di questa recensione). Voglio lasciare solo altre due chicche sulla modernità di questo libro.
La prima è su un pensiero che fa Marian sulla possibilità di una “macchina letteraria” che possa produrre autonomamente libri e articoli. A me il pensiero è corso ai mille articoli sui vari libri “scritti” da computer e programmi creati a questo scopo, per concorsi di programmazione e non solo. Gissing ha scritto una frase che da pseudo battuta fantascientifica si è trasformata in preveggenza? Che brivido!
La seconda, invece, riguarda il costo del libro che si era ridotto notevolmente, permettendone una vasta diffusione, ma anche una corrispondente grande facilità di produzione. Nel romanzo viene accusato esplicitamente l’abbassamento del costo della carta, che ha permesso a chiunque di improvvisarsi scrittore. Tralasciando i numerosi accenni alla quantità eccessiva di libri presente sul mercato e di come anche un’opera di valore possa sparire perché seppellita da tonnellate di altri lavori (fin troppo vero oggi come allora), il discorso della carta mi ricorda tantissimo le numerose polemiche legate all’ebook, che col suo costo di produzione bassissimo permette a chiunque di farsi scrittore, anche autonomamente, senza grandi sforzi. Come detto mille volte, Gissing ha scritto un libro modernissimo.
Per come la pensi l’autore, credo sia evidente che mantenga il sogno di un genere di letteratura più elevata diciamo (la stessa tematica e divisione del libro nei canonici tre volumi, ormai morenti come struttura, ne è una prova), seppure col finale ne dichiari forse una certa sconfitta. Vanificata, ovviamente, dal successo che ha ancora oggi il suo lavoro.
Il libro è ottimo, forse un po’ pesante a volte e decisamente lungo, ma ne vale ampiamente la pena.


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