mercoledì 25 maggio 2016

Scrittura: leggere, leggere, leggere... ma cosa?

La scorsa settimana abbiamo parlato dei manuali di scrittura. Una delle cose più ripetute in questi testi è quella più ovvia: per scrivere bisogna leggere, leggere, leggere.

Ma cosa? E soprattutto come?

Leggere per migliorare nella scrittura non è la stessa cosa che leggere per solo piacere. E chi sa di cosa parlo potrà confermare che una volta imparato a leggere per scrivere non si potrà più tornare indietro.

Mi viene spesso criticato come recensisco i libri  perché, anche quando le recensioni sono positive, ci sono alcuni difetti che metto in evidenza. Questo è dovuto al fatto che leggo in modo differente, forse più attento, rispetto al lettore medio. E ho imparato a farlo negli anni.

Leggere per scrivere (un romanzo, un racconto, ma anche semplicemente un articolo di blog o una recensione) significa andare a scovare tutti i punti forti e tutti quelli deboli di un romanzo. Significa anche cercare di riconoscere le tecniche narrative usate dall’autore, capire come sono state impiegate e decidere se il risultato è qualcosa di buono o no, se è qualcosa che ci ispira e che vogliamo imitare o, al contrario, qualcosa che ci segniamo mentalmente di non fare mai.

Sempre parlando del come leggere, bisognerebbe a questo punto precisare una cosa.  E lo faccio rivolgendovi la stessa domanda che sento spesso fare in giro, soprattutto a inizio anno, quando partono le reading challenge di Goodreads.
“Quanti libri leggi in un anno?”
Ho tanti lettori forti fra i contatti, su Facebook. A volte leggo risposte tipo: 250. E penso: “Aspe’, 250? Ma riesci anche a mangiare e a dormire? Non hai figli, vero? Lavori? Leggi invece di lavorare?”
Tutte domande a cui una persona dovrebbe rispondere di farmi i fattacci miei, giustamente. Ma è perché leggo queste risposte che poi mi vengono in mente gli argomenti per i miei articoli, cosa credete? XD

Precisiamo dunque che c’è una differenza enorme tra un lettore-lettore che legge e un lettore-scrittore che legge. Il primo potrà leggere 250 libri all’anno alla velocità della luce: probabilmente a queste persone non interessa nulla delle tecniche narrative, ma interessa solo la storia. Sono lettori e basta. Leggono e basta. E va bene così.


Il lettore-scrittore, invece, non è un semplice lettore. Il lettore-scrittore, anche quando legge per puro piacere, non può fare a meno di notare certe cose, di segnarsi frasi (magari perché scritte bene, con una prosa bella, dove si vede il lavoro o il talento di un autore). Quando un lettore-scrittore legge, automaticamente si annota cose (a mente o scrive dei veri e propri appunti), rilegge alcuni pezzi, cerca di capire in che modo la trama si  intreccia, riconosce un cliffhanger, storce il naso davanti a un infodump pesante, gioisce quando legge un pezzo scritto bene e sospira perché vorrebbe saper scrivere anche lui così. Il lettore-scrittore assapora le parole. Perché sa che così facendo può migliorare. Un lettore-scrittore non legge 250 libri in un anno. Per due motivi: 1. per fare quello che vi ho elencato qui sopra bisogna avere tanto tempo e voglia di imparare; 2. questo tempo lo scrittore non ce l’ha, o meglio dire, ha pochissimo tempo, perché per vivere deve anche andare a lavorare, visto che la scrittura di solito non ti fa campare, in Italia. Se uno scrittore mi dice che legge 250 libri, io capisco che non ha capito come leggere.

E volete ridere? Sapete come legge un editor? Con le mani fra i capelli quando si tratta di molti esordienti, con lunghi sospiri quando legge i grandi capolavori. L’editor è messo peggio dello scrittore. L’editor storce il naso davanti a una virgola fuori posto, l’editor bestemmia se vede un infodump troppo evidente o se i dialoghi sono inverosimili. E non parlo di libri letti per lavoro, è questa la cosa triste.

L'editor che legge

Ovviamente tutto questo discorso non vale per le persone che nell’editoria ci lavorano. Se leggere libri è il nostro mestiere, ovvio che la soglia dei 250 testi letti in un anno si può superare (penso, per esempio, ai valutatori o ai correttori di bozze). 

Bene, e il come si legge è andato. Passiamo al cosa. Quando sento la risposta “leggo 250 libri all’anno”, oltre alla reazione che vi ho riportato prima, la domanda più grande che mi viene da fare è: “Ma cosa leggi?”

L’unica vera risposta che mi viene in mente è che sicuramente si tratterà di libri non impegnativi. Libri di cui, appunto, interessa solo la storia. E di nuovo qui mi ritrovo a dover fare la distinzione fra lettore-lettore e lettore-scrittore. Al primo non ho nulla da dire, sono i suoi gusti, è liberissimo di scegliere le letture che più gli piacciono. Al secondo, al lettore-scrittore, qualcosa da dire ce l’avrei.  Ed è che per scrivere bene non bisogna fossilizzarsi su un solo genere o su un solo tipo di letture. Bisogna saper alternare letture impegnative a letture semplici e di svago, classici a narrativa moderna, un genere all’altro. Se si vuole scrivere bene horror, non bisogna leggere solo horror. Se si vuole scrivere bene romance, non bisogna leggere solo romance. Se si vuole scrivere bene fantascienza non bisogna leggere solo fantascienza.

Non faccio un discorso di generi, per cui se voglio scrivere horror, allora devo leggere horror. Sono convinta, al contrario, che sia un discorso di stile, di forma e di arte del mestiere.

Naturalmente, se prediligo un genere e la mia aspirazione è scrivere proprio quel genere lì, sarà anche quello che leggerò di più.

Ma la base di tutto è lo scrivere bene. Posso avere la migliore storia in mente, ma se non sono in grado di metterla per iscritto, non sarà mai qualcosa di anche vagamente decente. E per scrivere bene bisogna leggere di tutto. Provare di tutto. Far proprie alcune tecniche e alcuni trucchetti del mestiere di uno o dell’altro autore. Bisogna creare il proprio stile da tutto ciò che abbiamo assimilato.

In conclusione: per scrivere bisogna leggere, certo. Ma leggere bene e leggere di tutto. Bisogna variare le letture per evitare di diventare solo un imitatore di stile. E, infine, bisogna prendersi il tempo per fare tutto ciò come si deve. 

mercoledì 18 maggio 2016

Manuali di scrittura

Era da un po’ di tempo che volevo scrivere questo articolo. Si parla spesso di manuali di scrittura, ma molti esordienti ancora non sanno quale prendere e perché leggere proprio quello e non un altro. Alcuni non sanno nemmeno che esistono manuali di scrittura! Non vi nascondo che questo articolo è nato proprio perché mi sono accorta che molti autori (self e non) si buttano nella pubblicazione senza nemmeno sapere cosa sia un “punto di vista” o come evitare un “infodump”. Alcuni (tanti, troppi, a dire il vero) perfino senza conoscere la grammatica italiana.

Di manuali di scrittura ne ho letti diversi. Qui vi elencherò, però, solo quelli che in qualche modo ho ritenuto utili.

Siete liberissimi di aggiungere nei commenti altri titoli che pensate dovrebbero essere in questa lista, spiegando brevemente perché.

Nuova edizione Frassinelli
On Writing. Autobiografia di un mestiere, di Stephen King
Più che un manuale di scrittura, ci troviamo davanti a un saggio in cui Stephen King si racconta e racconta il suo approccio alla scrittura. Ciò non toglie che consiglio di leggerlo a tutti, principianti e veterani del mestiere perché non solo è una finestra sulla vita del Re prima che diventasse famoso (parte che gradiranno soprattutto i suoi fan), ma dà molti consigli utili su come scrivere un romanzo (come la cassetta degli attrezzi e il famoso “uccidere i cari”).





Il viaggio dell’eroe, di Christopher Vogler
Anche questo non è propriamente un manuale di scrittura. Il viaggio dell’eroe è uno schema di tutti i possibili intrecci di una trama, soprattutto fantasy, ma non solo. Incontriamo i vari archetipi dei personaggi (eroe, mentore, antagonista, ecc.), scopriamo cosa rappresentano e come potrebbero essere gestiti. Sicuramente consigliato per creare una trama ben studiata e articolata.





Elementi di stile nella scrittura, di William Strunk Jr
Qui entriamo nel giro di quelli che sono dei veri e propri manuali dello scrivere bene. Elementi di stile di Strunk è fra i più consigliati ai giovani autori. Troviamo nozioni di grammatica, di punteggiatura e di struttura della frase che aiutano a creare un testo scorrevole e corretto, ma anche consigli su come gestire il narratore o come dare alla storia il giusto ritmo. E queste sono solo alcune delle cose spiegate in questo breve manuale di stile. Pensato in inglese, è stato poi tradotto e adattato alla lingua italiana.  




Write away, di Elizabeth George
Io l’ho letto in tedesco (Wort für Wort il titolo). È stato il mio primo vero manuale di scrittura e mi ha spiegato tutto sulle varie tecniche narrative, su come creare i personaggi, gestire la trama, abbozzare la prima stesura, procedere alla revisione e molto altro. Elizabeth George è una famosa scrittrice di thriller e gialli e quindi spesso fa il paragone con questi generi, ma le nozioni che spiega valgono anche per il resto della narrativa e devo dire che finora non ho letto altri manuali così dettagliati come il suo. In più spesso parla della propria esperienza personale, un po’ come Stephen King. L’ho letto tanti anni fa e credo che presto lo rileggerò, ne ho semplicemente un gran bel ricordo.
ADD: Write away non è stato tradotto in italiano. Lo potete leggere "solo" in inglese, francese o tedesco. 

Vier Seiten für ein Halleluja – Ein Schreibratgeber der etwas anderen Art, di Hans Peter Roentgen
Che in italiano sarebbe: Quattro pagine per un Alleluia – Un manuale di scrittura di tutt’altro tipo. Questo libro purtroppo non esiste tradotto in italiano né in inglese o in altre lingue. Ma se sapete il tedesco, leggetelo, ne vale assolutamente la pena. È un libro che affronta varie tecniche di scrittura, chiarendole nei dettagli, proponendo esempi e mettendo l’aspirante scrittore alla prova con degli esercizi alla fine di ogni capitolo. La particolarità di questo manuale è che parte da un estratto e ci costruisce sopra il capitolo, spiegando il tema che verrà affrontato, gli errori commessi nel testo citato e poi dando suggerimenti su come evitarli.


Al momento ho in lettura:
-          Corso di scrittura condensato, di Giulio Mozzi, scaricabile gratuitamente dal suo sito.

Prossima lettura, consigliata da Luna:
-          Lezioni di scrittura creativa. Un manuale di tecnica ed esercizi della più grande scuola di formazione americana, Gotham Writers’ Workshop.

E ora vi chiederete: Lu, perché un post tanto noioso? Non è noioso, diamine! 



E in ogni caso, sarò strana, ma adoro leggere manuali di scrittura. Mi rendo conto che dopo averne letti un paio, i concetti si ripetono, ma se son scritti bene, anche se dicono tutti su per giù le stesse cose, si trova sempre quella frase in più, quel consiglio diverso e allo stesso tempo interessante, quell’idea che potrebbe fare per noi.



Insomma, vi prego, non pubblicate romanzi senza prima aver letto almeno un buon manuale di scrittura. E non senza aver consultato una buona grammatica. E non senza avere a portata di mano un buon dizionario della lingua italiana. E magari uno dei sinonimi e contrari. E… ok, mi fermo, mi fermo!

Tra l’altro, ormai, si trova quasi tutto anche sui vari siti e forum di scrittura. Come per esempio Gli scatoloni in soffitta di escrivere.com!


E voi quali manuali di scrittura avete letto? Quale vi sentite di consigliare e perché?


mercoledì 11 maggio 2016

Recensioni inutili

Da sempre noi blogger ci sentiamo ripetere, da chi pensa di saperne di più, che le recensioni che ogni giorno ci impegniamo a scrivere sono inutili. La settimana scorsa qualcuno le ha addirittura definite “tutta fuffa”. A sminuire l’importanza di una recensione spesso sono proprio quelli che si definiscono scrittori. 

Perché questo post, dunque? Per spiegare il mio punto di vista. 

Ora tutti vi aspetterete che io, che le recensioni le scrivo, vi dica quanto invece siano utili. Ma non lo farò, non subito, almeno. 

Prima di tutto bisogna capire in che senso una recensione può essere utile o meno. A cosa potrebbe servire? 

Facciamo brainstorming insieme: 

- all’autore esordiente o emergente per farsi conoscere; 
- all’autore esordiente o emergente per capire se ciò che scrive viene giudicato buono o meno; 
- all’autore esordiente o emergente per aumentare le vendite. 

Agli autori famosi, con tutta probabilità, le recensioni di blog piccoli o medio-grandi non interessano, diciamocelo. Là entra in gioco un altro livello di marketing, organizzato da professionisti (nella maggior parte dei casi, si spera). 
Quando un autore richiede una recensione, infatti, ci troviamo davanti a una persona che gestisce da sé la promozione del proprio libro e che spesso si è auto pubblicata o ha pubblicato con case editrici piccole e/o medie. Alcuni dicono che contattare i blog e richiedere recensioni, rendersi disponibili per un’intervista oppure offrire il proprio libro per un giveaway o un evento su Facebook siano le cose basilari da fare per pubblicizzare un romanzo, e lo penso anch’io. Altri però, come dicevo appunto a inizio articolo, dicono che è tutto inutile, che anche facendo queste cose le vendite del libro non aumenterebbero (ma allora questa gente cosa fa? Pubblica un libro e poi se lo dimentica?) 

Innanzitutto bisogna vedere a cosa si mira sul serio. Tu, scrittore, scrivi per essere letto? O scrivi per diventare ricco? 



Se scrivi per essere letto, una recensione su un blog può: 

- far sì che il tuo nome e il titolo del tuo libro circolino (passaparola); 
- darti indicazioni sulla qualità del tuo libro. 

Sulle vendite no, probabilmente una recensione non influirà granché o influirà solo in minima parte. Dipende anche dalla popolarità del blog in questione e dalla fama che questo blog ha. Quindi se la tua meta è solo vendere, vendere, vendere, forse dovresti concentrarti su blog belli grandi, magari conosciuti da migliaia di persone e non solo nella propria piccola cerchia. 

Parliamoci chiaro: penso che una recensione sul mio blog aiuti a vendere? Non ne sono sicura, probabilmente no o forse un pochino lo fa. Ma non penso che se recensisco bene un libro, quello avrà un’impennata di vendite su Amazon. Né penso che se ne recensisco uno male, quello perderà posti in classifica. 

Se lo scopo di chi contatta un blog è quello di farsi conoscere, di dare il via a un passaparola positivo che poi potrebbe portare a un aumento delle vendite, allora sì, contattando un buon blog, anche se piccolo, queste cose si possono ottenere. 

Se invece si vogliono indicazioni sulla qualità del testo, non tutti i blog vanno bene. Per avere un feedback ragionevole, bisogna contattare blog che non hanno paura di dire la verità. Inviare a blog che regalano sempre e comunque 4 e 5 stelline è come dichiarare di cercare solo lodi. Il che va benissimo: l’illusione di essere bravissimi piace a tutti. Ma per migliorare non basta. Sempre se si vuole migliorare… 



Sto divagando. Torniamo alla domanda principale: le recensioni sono inutili? Sì, se dopo una recensione l’autore si aspetta la grande impennata di vendite. No, se lo scopo è far parlare di sé e del proprio libro. 

È tutta fuffa? Solo se si ha paura del confronto. Allora definire le recensioni “fuffa” può far comodo. 

Ma il meglio deve ancora arrivare. 



E se le recensioni poi sono negative? Sono ancora più inutili di quelle positive? 

Spesso gli scrittori rispondono che se si ricevono critiche costruttive sono comunque utili, anche se ovviamente ci restano male. E in fondo è comprensibile: a esser criticato è il frutto del loro lavoro. Ma purtroppo quello che spesso si vede in giro sono autori che le critiche in realtà non le accettano e che insultano i blogger pubblicamente. 



Quindi rivolgo la stessa domanda ai blogger, questa volta: scrivere recensioni è inutile, visto che spesso invece di un grazie si ricevono bastonate nei denti? Vale la pena continuare a farlo? 

Facciamo brainstorming. 

A cosa serve una recensione negativa? 

- a far sì che l’autore abbia un feedback (che era poi quello che aveva richiesto); 
- a far sapere ai lettori del blog che un determinato libro non viene consigliato e perché; 
- a dire la verità, perché ci sono troppi blog che, per amicizia o per poca professionalità, danno cinque stelline a tutto, e altri ancora che le danno a pagamento. 

L’ho sempre detto e lo ripeterò all’infinito: io, blogger, devo essere onesta e leale prima di tutto verso i miei lettori. Se un libro non mi piace non posso dire il contrario per far contento un autore o un editore. Non posso tradire la fiducia dei miei lettori, che si aspettano da me la nuda e cruda verità. Un libro non mi ha convinta? Lo dico. E secondo me è così che deve essere. Senza offendere nessuno, senza giudicare l’autore, ma solo parlando del testo letto, un blogger ha il dovere di dire la verità, allo stesso modo per cui uno che si vuol far chiamare “scrittore” deve padroneggiare la lingua italiana e le tecniche della narrativa. 

Quindi una recensione negativa è utile perché aiuta i lettori a fare le proprie scelte di lettura, ed è utile perché dà un feedback agli autori che, prendendo quello che ritengono valido di tutte le critiche ricevute, hanno qualcosa su cui poter lavorare. 

E poi sì, lo dico, tanto sto antipatica a prescindere: servono perché girano troppi libri spazzatura che tendono a soffocare quei pochi ma buoni autori che cercano di stare a galla come possono. 

E attenzione, anche autori bravi possono sbagliare un racconto o un romanzo, ciò non significa che se ricevono una recensione negativa li si voglia “affossare” (questo termine sembra andar di moda). Significa solo che, da esseri umani quali sono, ogni tanto qualche errore lo fanno. E non dimentichiamo che, tolta la parte oggettiva di una recensione, il resto è spesso gusto. 

E ora ditemi di nuovo che le recensioni (positive o negative) sono inutili.


lunedì 9 maggio 2016

Laurel Heights - Lisa Worrall

Titolo: Laurel Heights (Serie: Laurel Heights #1)
Autore: Lisa Worrall

Editore: Triskell Edizioni
Traduttrice: Caterina Bolognesi
Genere: Thriller / Poliziesco / Contemporaneo
Lunghezza: 238 pagine
Prezzo: € 5,99
Voto: 4/5


TRAMA:
Dopo un apparente omicidio/suicidio, i Detective Scott Turner e Will Harrison vengono mandati sotto copertura a Laurel Heights, un esclusivo complesso residenziale abitato unicamente da coppie gay.

Riusciranno i due agenti, gay non dichiarati, a nascondere l’attrazione che provano l’uno per l’altro, pensando di avere a che fare con un collega etero?


RECENSIONE:
Ed eccoci al nuovo libro della Worrall, questa volta di genere thriller.
I protagonisti sono due detective che nutrono un'apparente antipatia che sfocia in frecciatine e sarcasmo ma che maschera un’attrazione reciproca. Ovviamente non aiuta il loro nascondere la propria omosessualità temendo che l’ambiente lavorativo non accetti questa condizione e li costringa a dimettersi.
Ma il nuovo caso richiede una copertura proprio in una comunità gay e porta i due presunti etero a fingersi una coppia affiatata e innamorata.
Riusciranno a risultare credibili?


«Portai Will con me e lui si era fermato a parlare con alcuni miei colleghi, affascinandoli, come sapevo avrebbe fatto. Ricordo di essere stato rapito da una delle segretarie per un ballo e l’ho sentito ridere. È stato strano, sapete? Voglio dire, l’avevo sentito ridere già un milione di volte… ma quando l’ho guardato, improvvisamente mi ha colpito, e a quel punto ho capito.» Scott guardò Will dritto negli occhi, lasciando trasparire per la prima volta i suoi sentimenti, senza trattenersi, anche se l’altro avrebbe pensato che fosse tutto parte della recita. «Volevo sentirlo ridere per il resto della mia vita.» Si schiarì la voce, imbarazzato da quella perdita di controllo, e sorrise agli altri, sentendo il rossore salirgli alle guance. «È stato allora che l’ho saputo.»
«Wow,» disse piano David, con un sorriso quasi sognante sulle labbra.
«Già, wow,» mormorò Will e Scott sgranò gli occhi quando l’altro abbassò la testa per catturargli le labbra in un bacio gentile.


Mi piace molto lo stile di quest’autrice ed ero molto curiosa di vedere come avrebbe strutturato una storia a tema giallo. Devo dire che mi ha lasciato un po’ con opinioni controverse perché da una parte ha creato la giusta suspense in modo tale da non lasciare al lettore la scontatezza del colpevole, e questo mi è piaciuto parecchio, dall'altra la credibilità dei due protagonisti come poliziotti lascia a desiderare.
Ha dato molta più rilevanza alla loro storia, non che mi spiaccia, ma così ha reso il loro mestiere poco verosimile e ci si ritrova spesso a chiedersi perché in questa o quell’occasione non agiscano in modo differente: sembra quasi che non siano poi così presi dal loro caso.
Non ho amato particolarmente la promiscuità dei personaggi, quando loro ne venivano coinvolti mi ha particolarmente urtato, ma fortunatamente si fermava prima di superare un confine che personalmente non avrei digerito.
Nel complesso mi è piaciuto e l’inserimento di scene sarcastiche ha reso la lettura anche divertente. I pensieri interiori dei protagonisti, che vengono alternati per poter interagire con entrambi i punti di vista, e i loro “nomignoli” che cambiano a secondo dell’evoluzione del rapporto sono stati la ciliegina sulla torta.

In conclusione, una buona lettura anche se con lacune, che vengono però rese accettabili da scene ben strutturate.


«Non farlo mai più.»
«Cosa? Minacciare il personale ospedaliero o aspettare delle ore per rivedere quei bellissimi occhi?» chiese piano Will, scostandogli gentilmente i capelli dalla fronte.
«Credevo che fossi morto.» Scott gli prese il polso e si portò la mano dell’altro alle labbra, premendogliele sul palmo, baciando la pelle soffice. Will sorrise e lui gli morse gentilmente il pollice. «Pazzo.»
«Stronzo,» rispose Will, sorridendo ancora di più. «Eri preoccupato per me.»
«No, non lo ero.»
«Sì, lo eri, non negarlo. Ti ho sentito, sai?»
«Sentito cosa?» Scott corrugò la fronte e si mosse nel letto, facendo una smorfia al lampo di dolore che sentì arrivare dal fianco. Gli effetti degli antidolorifici stavano chiaramente cominciando a svanire e tutto il fianco sinistro pulsava al ritmo del suo cuore.
«Ti ho sentito quando hai detto che mi ami.»


venerdì 6 maggio 2016

Perdonare Thayne - J.R. Loveless


Titolo: Perdonare Thayne (seguito di caccia a Seth)
Autore: J.R. Loveless
Numero Pagine: 283
Traduttore: Caterina Bolognesi
Prezzo: $6.99

Voto: 3,5/5


TRAMA:
Nicholas Cartwright ha fatto tutto ciò che era in suo potere per dimenticare la notte di sei mesi prima a Senaka, quando il suo compagno predestinato l’ha rifiutato, lasciandolo distrutto e disilluso. Si è buttato nel lavoro, consumandosi fino all’esaurimento, e trova ormai intollerabile il tocco di chiunque altro. Improvvisamente il suo compagno ha bisogno del suo aiuto e gli chiede forse più di quanto Nick riesca a dare.

Thayne Whitedove è sempre stato un nomade. Passa i giorni sulla strada e le notti tra le braccia di qualche facile conquista, fino a quando un fatidico sbaglio non lo costringe a tornare a casa per trovare conforto. Purtroppo, l’unico modo per rimediare al suo errore di giudizio è accettare la sola cosa che non ha mai voluto: il suo compagno. Thayne deve decidere se fuggire oppure restare e lottare per ottenere il perdono di Nick.



RECENSIONE:
L’attesissimo sequel di Caccia a Seth è finalmente arrivato nella nostra lingua e io so già che andrò controcorrente con questa mia recensione, però non posso fare altrimenti, se esaltassi questo libro non sarei sincera.
Nel precedente libro avevamo fatto la conoscenza di Nick e scoperto che anche lui aveva trovato il suo compagno a Senaka che altri non era che il fratello di Kasey, Thayne.
Fin li tutto bene se non che quest’ultimo non solo attacca Nick credendolo un mutato ma, anche una volta appurato che così non era, si rifiuta categoricamente di accettarlo, con grande sofferenza di Nick che torna a casa rassegnato all’idea di rimanere solo per sempre.
La situazione, però, cambia e, siccome il nostro Thayne è un vagabondo pianta casini, si ritrova in una situazione in cui necessita dell’aiuto del tanto odiato compagno.
Ovviamente non vi dirò il motivo per non rovinarvi la trama ma il buon Nick, direi quasi santo, accetta di farsi carico del suo compagno trascinandosi tutti i suoi casini incondizionatamente,  senza aspettarsi niente in cambio, semplicemente non può reggere l’idea che la sua metà possa soffrire.
Riuscirà Thayne ad abbassare le barriere che ha eretto nel suo cuore accettando l'uomo che il destino ha scelto per lui? Non resta che leggerlo per scoprirlo.

“Per tutto questo tempo non ho fatto altro che ripetermi che se avessi agito diversamente, quella sera a Senaka, magari le cose sarebbero andate in un altro modo,” disse piano Nick quando Thayne non rispose. “Ma alla fine ho capito che il problema è che non mi vuoi nella tua vita. Niente avrebbe potuto o potrà cambiare questo fatto.”
Con il fiato spezzato dal tono sconfitto di Nick, Thayne protestò: “Non è vero!”
“Non è vero? Di certo non hai fatto niente per convincermi del contrario.”
“No!” esclamò Thayne, disperato. “Io… è solo che io non so come farlo.”
“Fare cosa?”
Thayne mosse la mano tra loro e guardò fuori dal finestrino. “Questo. Tu. Noi. Non mi sono mai permesso di tenere a nessuno prima, eccetto che alla mia famiglia.”

L’autrice a mio parere aveva un grande potenziale tra le mani, ma forse l'alta aspettativa che i fan riversavano in questo libro l’hanno spinta a voler strafare per non deludere il lettore.
Perché dico questo, direte voi?
La trama, che non nego essere bella e a tratti commovente (ebbene si in alcuni punti mi è sfuggita la lacrimuccia), è affossata da continue e a mio parere eccessive descrizioni, pagine e pagine di stanze, cibo, ricordi d’infanzia che rallentano troppo la lettura rendendola pesante.
Mi sono ritrovata ad avere la sensazione di “frugare” tra i capitoli per scorgere la storia che mi interessava leggere, come quando apri un pacco regalo e dentro tutto è avvolto da strati di carta e tu ti accendi solo quando arrivi al contenuto, non so se ho reso l’idea.
L’introduzione di nuovi personaggi fa presumere che l'autrice abbia intenzione di scrivere un eventuale seguito, ma questi ultimi restano troppo accennati e sul momento ti chiedi quale sia la loro utilità nella storia.
Le motivazioni di Thayne le ho trovate inconsistenti, è cresciuto amato da una famiglia adorabile quindi non comprendo questo cuore spezzato di riflesso al dolore di un altro.
Ovviamente non voglio dire che il libro non mi sia piaciuto, ho adorato Nick, motivo in più perché fatico ad accettare tutto il dolore che ha dovuto subire. A mio parere meritava di meglio ma almeno ha avuto anche lui il suo più che meritato lieto fine. Thayne, però, non è perdonabile. L’ho trovato un personaggio egoista e infantile, i suoi errori a mio parere non sono perdonabili visto che la loro causa non aveva fondamenta valide quindi potevano essere facilmente evitati.

Nel complesso la storia mi è piaciuta parecchio, avrei solo voluto fosse stata strutturata meglio perché a mio parere poteva meritare anche 5 stelline piene. Vale comunque la pena leggerlo e godersi il tanto sospirato happy ending, anche se velato da un po’ di tristezza.

“Mi dispiace tanto, Nick,” mormorò Thayne.
Nick si strinse nelle spalle e fece una smorfia, ma il movimento gli causò una nuova fitta di dolore. “Non è che non abbia già perso tutto il resto. L’unica cosa che mi è rimasta è la mia società.”
“Non è vero,” protestò Thayne. “Hai ancora Seth, e Kasey, e…”
Nick sollevò un sopracciglio quando l’altro non proseguì la frase. “E?”
Thayne non rispose.
“E cosa, Thayne?” ripeté.
“E me,” sussurrò il suo compagno, guardando altrove.

mercoledì 4 maggio 2016

Recensione di libri in lingua: In the middle of somewhere - Roan Parrish


Titolo: In the middle of somewhere
Autore: Roan Parrish
Editore: Dreamspinner Press
Pagine: 350
Prezzo: 6,99 $ (ebook), 17,99 $ (cartaceo)

Voto 4/5 

Trama (in inglese, da Goodreads): Daniel Mulligan is tough, snarky, and tattooed, hiding his self-consciousness behind sarcasm. Daniel has never fit in—not at home in Philadelphia with his auto mechanic father and brothers, and not at school where his Ivy League classmates looked down on him. Now, Daniel’s relieved to have a job at a small college in Holiday, Northern Michigan, but he’s a city boy through and through, and it’s clear that this small town is one more place he won’t fit in.
Rex Vale clings to routine to keep loneliness at bay: honing his muscular body, perfecting his recipes, and making custom furniture. Rex has lived in Holiday for years, but his shyness and imposing size have kept him from connecting with people. When the two men meet, their chemistry is explosive, but Rex fears Daniel will be another in a long line of people to leave him, and Daniel has learned that letting anyone in can be a fatal weakness. Just as they begin to break down the walls keeping them apart, Daniel is called home to Philadelphia, where he discovers a secret that changes the way he understands everything.

Recensione: In the middle of somewhere è il primo romanzo di Roan Parrish, edito da Dreamspinner, semifinalista ai Goodreads Choice Awards 2015 come miglior romanzo d’esordio; ho partecipato alle votazioni e ho fatto il tifo per questo libro fin dall’inizio del contest. 

Daniel è un giovane neo-laureato in trasferta per sostenere un colloquio presso una scuola del Michigan del Nord per un posto di professore di lettere. In realtà è alla ricerca di un pretesto per allontanarsi da una famiglia, formata da un padre e tre fratelli, omofobi e maschilisti, che non lo ha mai accettato e che, specie dopo la morte della madre, lo ha sempre deriso per la sua omosessualità, considerando la sua erudizione sintomo di arroganza e presunzione. Al rientro in albergo a tarda sera, il buio ormai sceso a oscurarne la guida, Daniel ha un incidente in auto e investe un cane sulla statale. Incurante delle proprie lesioni, terrorizzato all’idea di aver ferito mortalmente l’animale, si inoltra nella boscaglia in cerca di aiuto; in preda a uno stato confusionale, incontra Rex, falegname tuttofare che vive in un cottage immerso tra gli alberi,  il quale soccorrendo entrambi offre loro cure e riparo per la notte. Tra i due scorre immediatamente un’attrazione irresistibile che li porta a flirtare in maniera esplicita. Ma Daniel riparte senza un saluto il giorno dopo e tutto sembra morire senza essersi consumato. Trascorsi sei mesi, il giovane professore prende servizio nella scuola locale e ritrova Rex che non lo ha mai dimenticato. La storia riprende da dove si era interrotta e tra incertezze, dubbi e amplessi infuocati si sviluppa in qualcosa che ha tutta l’aria di sfociare in un amore importante. Ma le differenze tra il giovane erudito e affascinante professore e il rude boscaiolo senza istruzione sembrano essere troppe e insormontabili. Riusciranno a risolvere le loro divergenze e diversità e far funzionare le cose? 

I romanzi sentimentali funzionano nel caso vi sia presente qualcuno di questi elementi: 
un incontro peculiare e accattivante; 
due protagonisti dalle storie particolari e coinvolgenti; 
chimica tra i due che si percepisca dal primo incontro e che aumenti fino a esondare già dalla prima metà del romanzo; 
conflitti che in qualche modo tentino di minare il crescere del sentimento tra i due; 
una risoluzione dei conflitti con lieto fine che faccia felice il lettore. 

La storia d’amore tra Daniel e Rex li contiene tutti: l’incontro iniziale tra i due protagonisti è efficace. Descritto benissimo, la Parrish riesce a mescolare ironia, tenerezza e angustia nel testo in modo da accattivare e attrarre il lettore fin dalle primissime battute. 
La coppia protagonista è composta da un eroe romantico dal carattere un po’ isterico e umorale; se non tratteggiato con la dovuta cautela, il timido aggressivo, poco dotato di autostima Daniel rischierebbe di risultare odioso e invece le indecisioni e le insicurezze del bel professorino, mescolate alla fiera petulanza che comunque gli permette di lottare e difendere il proprio rapporto con Rex, sono commoventi e intriganti. 
Il secondo eroe romantico, Rex, è il classico “gigante buono”, semplice, taciturno, ma premuroso e dalla passionalità disarmante. 
Entrambi portano sull’anima i segni di cicatrici che raccontano di situazioni sociali drammatiche ma molto attuali: la differente percezione da parte di chi è istruito verso chi non ha ricevuto un’educazione e viceversa, il senso di inadeguatezza e il disagio della non appartenenza, il bullismo, i raid punitivi contro i gay.  

Descritti con mirabile maestria anche i personaggi secondari - prima fra tutti l’amica del cuore di Daniel, giovane tatuatrice dal carattere esuberante - che si rivelano divertenti, credibili e intensi. Viene a crearsi così un piccolo universo di persone che gravitano attorno alla coppia leader e che lentamente ma con costanza fidelizzano il lettore rendendolo partecipe e generando in lui quella malinconia che prende quando non si vuole abbandonare un libro e i suoi personaggi. Anche le storie accessorie dei comprimari sono intriganti al punto da meritare uno sviluppo adeguato, cosa che probabilmente avranno, avendo la Parrish confermato che saranno presto pubblicati almeno due spin-off a riguardo.

Non risparmia la Parrish gli aspetti negativi che compongono e definiscono personalità complicate, mescolando sapientemente positività e contraddizioni nei due personaggi principali e che contribuiscono a rendere il tutto tridimensionale ed estremamente umano. Le scene di amore sono molto hot e descritte senza risparmio di dettagli e, sebbene vi sia un abbonare di momenti piccanti, non scivolano mai verso una volgarità gratuita e fastidiosa. Un romanzo che consiglio a chi vuole una storia d’amore nella quale perdersi e soffermarsi a sognare per un po’, corredata da suggestioni erotiche abbastanza forti. 

Recensione di Annemarie De Carlo

AGGIORNAMENTO: Dopo la condivisione su Facebook di questa recensione, il coordinatore italiano di Dreamspinner Press, Emanuela Piasentini, ci ha comunicato che il romanzo è già in traduzione e che dovrebbe essere pubblicato in Italia, salvo imprevisti, a fine anno 2016 o inizio 2017. Dopo questa bella notizia, non ci resta che attendere! :)
(Silver)

lunedì 2 maggio 2016

Massacrare con cura - Massi E. Monaco

Titolo: Ammazzare con cura
Autore: Massi E. Monaco
Editore: Autopubblicato
Pagine: 354
Prezzo: 15,98€ (cartaceo) - 2,99€ (ebook)


Voto: 2,5/5



Trama:

A un'ora dal tramonto, verso metà luglio, il brutto omicidio di Cecilia La Nera fece il suo ingresso nella contea di Trenno. Sul bordo del Santa Giustina, un fiume che passa da quelle parti. La sera prima qualcuno se l'era sostanzialmente scopata di soppiatto dalla giustizia e dalla moglie e, lo stesso tizio che raggiunse l'orgasmo, forse si convinse di poterle far passare le emorroidi con una sega. Di sicuro, lo spezzatino del corpo ci fu. Un'atrocità del tutto sproporzionata per la popolazione locale, anche.
Mentre della motivazione non si poteva esserne certi. Lo sbirro del luogo, uno che per baciare sua moglie avrebbe dovuto procurarsi la macchina del tempo, visto che gliel'avevano ammazzata da un anno, per strada, in bicicletta, si fece venire un bel mal di schiena per trovare quel bastardo. Nel mentre cresceva una figlia e non condivideva mezza opinione col suocero. Il quale non gli perdonava di trascurare le indagini sul pirata della strada. Ma il poliziotto non sapeva ciò che avrebbe potuto combinare una volta che lo avesse trovato. (Dalla quarta di copertina)


Recensione:

Confesso che questa recensione arriva con molto ritardo. Una specie di maledizione mi impediva sia di leggerlo che di recensirlo: ogni volta che aprivo il file succedeva qualcosa, ma alla fine eccomi qui.
Un'altra cosa che ha tardato la recensione è la mia difficoltà nel valutare e giudicare questo romanzo.
Massacrare con cura, infatti, è molto particolare e difficile da inquadrare per bene.
La storia è scritta in prima persona dal protagonista, Leonardo Monk, poliziotto che, ormai anziano, racconta un caso accaduto molti anni prima, il brutale omicidio di una ragazza, e della sua risoluzione, con le annesse scoperte su un altro caso a lui molto caro.
Il romanzo è un giallo, anche se è difficile inserirlo in questa categoria. Del delitto si sa poco e lo si scopre molto piano nella storia, non si hanno particolari come accade in genere in questo tipo di libri e il mistero non è complesso, cosa che invece mi aspettavo, data la lunghezza del libro. È una sorta di hard boiled vecchio stampo, con un detective molto simile a quegli investigatori duri e senza mezzi termini tipici di molti anni fa, caratterizzato da un linguaggio molto forte (diciamo un po' volgare). Ama correggere gli errori degli altri e mal sopporta moltissime tipologie di esseri umani, da cui si escludono solo la figlia e alcuni amici... e la moglie, o meglio il suo fantasma, che lo "perseguita" dandogli consigli o rimproverandolo.
Il tutto è ambientato a Trenno, ma il paesaggio, così come accade per i personaggi, si mantiene in una zona di confine tra realtà e immaginazione. Non conosco la zona ma credo sia descritta con la fedeltà di chi l'ha vissuta. Il tutto però è avvolto prima da una cappa percepibile di afa e sudore e poi da una pioggia battente. Come accennato, anche i personaggi vivono nella stessa zona di confine. Sono tutti reali, alcuni più volgari di altri, pieni di difetti, ma anche loro sono un po' irrealistici, a volte troppo esagerati, con nomi assurdi e inverosimili (a cominciare dal cognome straniero del protagonista), quasi a voler toglierne parte di realtà.
Analizzati questi punti, andiamo alla parte difficile. Per quanto riguarda poi lo stile dell'autore va detto che è molto particolare, non tanto per il modo di parlare volgare dei vari personaggi, in primis il protagonista, che potrebbe dare fastidio ma che voglio rapportare al genere, quanto per il modo confusionario in cui tutto viene posto, le lunghe e inutilissime parafrasi che sostituiscono gesti semplicissimi, la prolissità esagerata e la totale mancanza di senso nella punteggiatura di moltissimi punti. Capisco benissimo che fanno parte proprio dello stile dell'autore, diciamo "originale", ma, nonostante i miei tentativi di prenderla in questo modo, da lettore non l'ho sopportato. Finire il libro è stato difficilissimo e in alcuni punti davvero  pesante. Ci si perde spesso e a volte ho dovuto rileggere il paragrafo per capire cosa stesse succedendo, spezzando ovviamente la lettura, già complessa di suo, e non sempre ho davvero capito del tutto cosa stesse dicendo. Per non parlare della punteggiatura. Vorrei davvero far passare tutto sotto la spugna dello stile e probabilmente è così, ma ho sopportato molto male l'uso dei punti al posto delle virgole, frasi spezzate in modo innaturale e frasi nominali che non avevano senso di esistere, a volte formate solo da una parola.
Ci sono numerosi refusi, che vanno dall'h in un "ai" preposizione all'uso della persona sbagliata nel mezzo di un discorso diretto e così via tanti altri. Ci sono alcune frasi ripetute cambiate di poco, come se fossero state corrette in corso di revisione ma lasciate lì. La sensazione che ne è derivata è di un libro in cui l'editing, se è stato fatto, è stato molto approssimativo.

In definitiva, posso riconoscere lo stile particolare dell'autore, dettato anche in gran parte dal fatto che il tutto è un enorme viaggio nella mente tormentata del protagonista, ma nonostante questa consapevolezza non ho provato il piacere che di solito provo nel leggere questo genere di romanzi.

Riconosco molte potenzialità nel distaccarsi da quelli che sono i canoni ormai fin troppo abusati del genere giallo e sono felice di aver trovato un libro che potesse farlo, ma credo che si potesse dare più spazio alla storia, si potessero semplificare molti punti, evitare alcune ripetizioni, anche di alcune scene, e altri errori del genere. Non so se ha avuto un editing, ma mi stupisce che tanti errori, grammaticali e non, siano sfuggiti a una correzione attenta.
Non sento di consigliarne la lettura, a meno che non siate curiosi dello stile particolare in cui è scritto, ma armatevi di pazienza per quanto riguarda gli errori e leggete attentamente, a volte alcuni semplici gesti vengono raccontati in molte righe.