venerdì 24 luglio 2015

Sondaggio: Tecnica o talento?

Rieccomi qui, dopo tanto tempo. La mia assenza è stata dovuta a motivi di salute e mi dispiace non aver potuto aggiornare il blog più regolarmente. Mi dispiace anche aver dovuto lasciare in sospeso il resoconto del nostro ultimo e interessantissimo sondaggio, che ha visto nascere una bellissima discussione su Google+ fra chi sosteneva di più il talento e chi la tecnica e altri ancora che hanno lanciato una nuova idea. 
Ne è passato di tempo, ma non mi sono dimenticata del vostro prezioso contributo! Quindi ecco qui il risultato del nostro terzo sondaggio.

La domanda era:
Cosa è più importante per la buona stesura di un testo narrativo (racconto o romanzo)?

1. La tecnica
2. Il talento
3. Tutti e due
4. Altro, da specificare nei commenti
Ed ecco lo screen dei risultati ottenuti tramite il vostro voto: 

Cliccate sull'immagine per ingrandirla!

Tecnica: 6%
Talento: 11%
Tutti e due: 75%
Altro: 8%

Dalla tabella sembra ovvio quale opzione sia stata la vostra (e la mia) preferita. E penso che ci sia poco da aggiungere. 
Molto interessanti, però, sono stati i commenti ricevuti, che hanno sollevato nuove domande a cui abbiamo tutti cercato di dare una risposta, andando avanti a tentativi, sperando di raggiungere un risultato che potesse soddisfare tutte le persone intervenute.
Il primo a dare il via alla discussione è stato Alessandro, che ha aggiunto un'ulteriore opzione: l'idea. 
Il suo contributo ci ha portati a riflettere: ammesso che ci sia l'idea, cos'altro serve?
Se l'idea è buona e, oltre a questa, l'autore possiede sia la tecnica che il talento, ne risulterà qualcosa di davvero grande. 
Ma se l'idea non fosse tanto buona? Se l'idea fosse, magari, anche piuttosto banalotta? Cosa succederebbe? Nel caso l'autore possedesse entrambe le altre qualità, probabilmente riuscirebbe a tirarne fuori qualcosa di buono. Ma se invece ne avesse solo una delle due? Il talento, per esempio? Quanto potrebbe andare lontano? Dai nostri commenti ne abbiamo dedotto che la risposta sarebbe "poco". Al contrario, se oltre all'idea banale, non troppo buona, ci fosse almeno la tecnica, allora quello scrittore sarebbe probabilmente in grado di produrre qualcosa di leggibile, di godibile. 
Da qui si è sviluppata un'altra discussione. Quella riguardante il talento in sé. Ci siamo posti soprattutto una domanda: cos'è il talento? E in particolar modo, cos'è il talento letterario?
Io stessa mi sono sempre chiesta se scrivere seguendo almeno le basi delle tecniche narrative non facesse già parte del talento. Uno scrittore che ha talento non si rende da solo conto che un pezzo che ha scritto risulta pesante alla lettura, pur non sapendo che lo è diventato per via di un infodump? Dove inizia il talento? 
Cito il commento di Alessandro:
Io associo il talento a una sorta di predisposizione naturale. Metto da una parte quelli che hanno veramente il genio. Parlando dello scrittore medio o esordiente, il talentuoso tenderà ad assimilare meglio e più in fretta le regole e le consuetidini della parola scritta, ma avrà comunque bisogno di sbattere il muso su queste regole. Potrà sicuramente scrivere senza il bagaglio tecnico, ma probabilmente i risultati saranno più in balia del caso, dell'ispirazione e della fortuna.
A me sembra davvero una risposta ben formulata e ponderata e quello che dice mi convince. Infatti mi ritrovo a essere pienamente d'accordo.

Anche Vilma prova a darci una risposta e, secondo me, anche lei aggiunge delle cose molto sensate al nostro discorso:
Ho sempre pensato che una cosa riesca bene soprattutto se piace.
Però credo che il talento sia qualcosa di più, nel caso del pittore, ad esempio, secondo me è innato; poi quando è ben coltivato può dare maggiori frutti. Così è per lo scrittore a mio parere. Sento il talento strettamente legato all'anima e a quello che chi scrive è disposto a dare di sé. Più si è generosi, più si coinvolge il lettore. E chi non ha provato non sa che a volte costa fatica. Ma è un fuoco che non si spegne mai, cova sotto la cenere, per questo può consumare. Ma chi ama scrivere crede che la penna sia un'estensione del suo braccio.
Quindi alla nostra definizione di talento si aggiunge un'altra parola e un nuovo concetto: anima. Lo scrittore, oltre al talento e alla tecnica, deve mettere a nudo la sua anima. E non è sempre facile farlo. C'è chi sarà in grado di dare di più di sé ai suoi lettori, chi meno, ma resta il fatto che l'anima, il talento e infine la tecnica siano legati fra loro.

Non tutti, però, la pensano come chi ha commentato finora nel post del sondaggio. Ecco che arriva Alain e cambia le carte in tavola con un commento forte, deciso, sicuro e ci dà una nuova, nuovissima definizione di talento:
Diffido dal talento: è un'invenzione di chi non vuol riconoscere il lavoro altrui e autogiustifica così la propria pigrizia.
"Talento" vuol dire aver letto (in maniera critica, non facendo le gare per arrivare all'ultima pagina) migliaia di grandi classici (i vampiri sbrilluccicanti non contano) e averne fatto propri i linguaggi e le tecniche; vuol dire avere fatto esercizio, e tanto, buttando via migliaia di cartelle (una più bella dell'altra, a proprio innocente e arrogante giudizio) fino a quando queste non iniziano a divenire indistinguibili da quelle dei Maestri, e anche un po' oltre; ma soprattutto, SOPRATTUTTO, vuol dire avere qualcosa da raccontare (che non significa avere "un'idea narrativa", ma "esperienza del mondo" -- un'esperienza tale da far esclamare al lettore "ma come fa costui a sapere di me tutte queste cose, se nemmeno io me n'ero mai reso conto finora?").
Un concetto di talento/non-talento. Non tutti sono d'accordo, ma ho apprezzato molto il suo intervento perché ci ha fatto riflettere ulteriormente. Inoltre ha introdotto un altro punto: quello di esperienza del mondo. Concetto, questo, molto importante, spesso causa di discussioni fra scrittori e aspiranti tali. Quanto possiamo sporgerci oltre la nostra esperienza per raccontare ai lettori storie che risultino ancora credibili? Quanto influisce la nostra esperienza sul risultato finale dell'opera che stiamo scrivendo? Sulla trama che abbiamo ideato? Sulla credibilità di ciò che abbiamo scritto?

Il talento/non-talento descritto da Alain lascia gli altri non indifferenti. E così Anonima Strega decide di dire la sua a riguardo:
Caro confratello Alain, non mi trovi d’accordo. Sono due aspetti necessari l’uno all’altro e, presi singolarmente, valgono poco. Il talento senza lo studio non porta a niente, ma lo studio senza le idee (l’IDEA rientra nel talento) e le passioni che fanno parte di te da quando sei nato ti lascia sempre un passo indietro. Un bel compitino, niente più. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega
Anche io la penso in modo diverso da Alain, ma non su tutto. Sull'esperienza del mondo sono abbastanza d'accordo, ma sul talento abbiamo idee del tutto differenti, e quando dico nei commenti:
E quando è tutto studio e niente talento, secondo il mio personalissimo parere, manca sempre quel qualcosa in più, quella scintilla.
non sono sicura di aver fatto arrivare agli altri ciò che intendo dire, ma poi interviene Valeria e lei esprime in poche parole quello che volevo dire io:
Tutti e due. Il talento è istintivo, la tecnica è basata sulla ragione, sul calcolo, pertanto si completano a vicenda: il talento trova la sua massima espressione in un sapiente uso della tecnica, mentre la tecnica senza il talento... è un compitino senz'anima.
Ecco, e si ritorna all'anima. Uno scritto, con tanta tecnica ma senza talento, non resta che un compitino senz'anima. Forse un compitino è esagerato, perché anche chi sfrutta la tecnica in mancanza di talento ha il suo bel da fare, quindi per me i suoi sforzi sono ancora più grandi di chi il talento ce l'ha, ma il fatto che manchi qualcosa fra le righe, qualcosa che arrivi dritto al lettore e lo lasci incantato, preso del tutto da ciò che legge... ecco, quello, secondo me, manca.

E alla fine la mia conclusione, banalissima e abusata quanto volete, ma forse riassume un po' tutto il discorso: 

Il talento è una capacità innata. Un diamante grezzo ancora da levigare. E a dargli la giusta levigatura è la tecnica. In un buono scritto, l'autore riversa parte della sua anima e la sua esperienza del mondo, estraniandola dai fatti presonali e rendendola universale, così che ogni lettore possa in qualche modo riconoscersi fra le righe.

E voi cosa ne pensate? Sarei contentissima di continuare il discorso sia qui, nei commenti, che su Facebook, Twitter e/o Google+! Quindi fatevi sentire!

Ringrazio tutti coloro che hanno votato anche per questo sondaggio, coloro che hanno contribuito con un commento (siete stati grandi e avete dato vita a una bellissima discussione!) e a chi ha letto e forse vorrà ora dire la sua!

Trovate il sondaggio con tutti i commenti qui: Sondaggio: tecnica o talento?

Se avete qualche idea sulla domanda da porre nel prossimo sondaggio, lasciatemi un commento e vedrò cosa si può fare! 

Sil

giovedì 16 luglio 2015

INTERVIEW! D.L. SNELL and THOM BRANNAN, authors of PAVLOV'S DOGS


Potete leggere questa intervista in italiano QUI. La recensione di Pavlov's Dogs in italiano QUI.

When Mauro Saracino, from Dunwich Edizioni, asked me if I wanted to interview the authors of Pavlov's Dogs I was really excited. I only asked: really? Can I? Really?
That's why now I am very pleased to introduce D.L. Snell and Thom Brannan to our readers!
Welcome, David and Thom! My name is Lucia aka Silver.
Let's start!

1. I don't know if anyone translated my review of Pavlov's Dogs for you, but the first sentence I wrote was: “I hate zombies”. And I really do, or rather I find them disgusting. But I love werewolves, so I had to read your book. My question: which one do you personally prefer, zombies or werewolves? Or do you like both and this is the reason why you put them together in a book? Or is it a mere writing strategy: we take two very loved kinds of monster and put them in a book in order to create something new, something different from the usual?
DLS: We combined werewolves and zombies as a marketing strategy, but only in part. Our motivation is more complex. Thom and I love these old monsters, and we wanted to see them fight. We wanted to see humans caught in the middle of that. And to our readers: keep an eye on these writers and their publications!
Personally, I like werewolves more than zombies, simply because there’s more opportunity to make them complex characters.
TB: Yeah, stories with thinking zombies are few and far-between, and for good reason.
DLS: Stories are more interesting when you can sympathize with the monster, and I feel there’s a limited range of sympathy one can have for zombies.
TB: Even now, in the age of bigger/better/faster/more, the idea of cognitive zombies doesn't set well with the fan base. Kim Paffenroth has done well with it, as has Derek Goodman, but it takes a certain amount of storytelling skill and deftness not a lot of us are possessed of.
Snell already dipped his toes in the versus pool with his first book, and I thought this was a logical progression for him, and was glad to be a part of it. Mixing things is part of my reason to write, especially things which don't seem as if they belong together.

2. Let's speak about the title: Pavlov's Dogs. Classical conditioning and behaviour modification. This is the basis of the experiment on the Dogs, with the Pavlov's chips installed in their brains. Is it that simple to control a dog's and a human's instinct to the extent expressed in the book? Can we say that when the Pavlov's chips is activated, the Dogs become like a machine? Do you think such a chip could really exist?
DLS: There’s a deeper story behind the Dogs that Thom and I explore in the Dog Years prequels. The chip is only part of what shaped them into who they are. But the chip is definitely a big part of it. It’s implied in Pavlov’s Dogs that the doctor uses the chip to reinforce good behavior and punish bad behavior; for example, Kaiser feels a pain response when he does something undesirable. Unfortunately, this becomes negative reinforcement—Kaiser likes the pain!
For the other Dogs, though, and for people in general, we go to great lengths to avoid pain. In that regard, I think the idea of how the book’s brain-computer-interface conditions its host is realistic.
I also think how the chip controls a Dog’s body by stimulating the brain and nervous system is possible. We’ve known for a long time that stimulating parts of the brain can cause involuntary physical reactions, and we can see related technology emerging already: chips that help people hear and see; chips that can help paralyzed people move; scientists are even working on an interface that can project onto a monitor the things you see with your eyes. We aren’t that far away, really. Remove ethics and advance technology a few decades, and we’re there.
TB: Well, shit. I don't have a lot to add to that. As for the Dogs as machines, it's more like they're glitchy AI. You can tell them what to do, and reinforce it, but that doesn't mean you'll get what you want.


3. The Dogs. I loved McLoughlin, the Alpha. He is very human, but at times he can be a real wolf, too. The difference between him and Kaiser is here: McLoughlin tries to keep under control his wolf, showing his best human side; Kaiser uses his wolf as an excuse to show his darkest human side. And now let's add the fact that they live on an island where there is another hierarchy in comparison to the rest of the world. So finally the question: did you study these two characters with the intention of showing how human beings react when they have the chance to choose without the burden of human society?
DLS: As a post-apocalyptic novel, Pavlov’s Dogs definitely explores what humans will do without society.
TB: It's Lord of the Flies, but writ large.
DLS: It also explores the potential pitfalls of certain societal structures. It’s not the main focus of the book, but those themes are definitely present. Kaiser and Mac are the two sides of that coin.
TB: Hayte says it best to Kaiser, I think. "The procedure... it brought out the real you." Kaiser is the rule of the jungle personified. And Mac, he's just the best he can be.


4. The humans. I won't speak about Donovan nor Crispin (I hated the first one, I said somewhere that if I were one of the dogs I would have already bitten him!). I'd like to talk about Ken and Jorge. This couple is the best! They are like brothers, sometimes even more than this, they need to know where the other one is, they need to know that the other one is still alive. And they have two totally different characters. Did you create these two together? Is there in one or in both of them something of your own personality?
DLS: Oh, man, we love these guys too. I came up with the basic sketch for Ken and Jorge, and for their relationship, but Thom, I think, made those sketches get up, put on a blue Chambray work shirt, and curse in Spanish.
TB: D.L. really kind of let me run wild with the characters and who they are, how they respond to things.
DLS: To that extent, Ken and Jorge take after both of us. Both Thom and I are smartasses, so Jorge definitely inherited that. I also had started drinking around the time we began writing, so Jorge, of course, had to be an alcoholic who didn’t take his problem seriously.
Ken... he thinks a bit too much and dwells on negative things a bit too much, which is kind of what I do. But Ken also is a take-action workman, which I think he gets from Thom.
TB: I'm sure, from time to time, D.L. would read the most recent chapter I'd sent, shake his head and take another drink of whatever was in his glass.
DLS: I’m doing that right now.
TB: But in the spirit of collaboration, he let it go to see where we'd end up. And it wasn't just these two.
Ken and Jorge are the breakout duo, to be sure...
DLS: Oh, for sure. The two amigos. Er... the one amigo and his white ward.
TB: ...but we tried to make everybody memorable for their time on the page; everybody matters, and they're all the stars of their own stories, but this book is the story of Mac and Kaiser and Ken and Jorge. Given unlimited time (and funds) we could expand this story out to Dark Tower-like proportions, stringing together something of significance for everybody who crosses these pages.
Julius is a fun guy to tinker with. I think he'd have a fun story to tell. Also Jaden, the island security supervisor.


5. The zombies. I said in my review that most of the time zombies gurgle, moan, sway, are slow and hungry and stand up again and again. But I also said that it's not always like this in your book. I'm trying not to reveal a lot in this interview, but there were scenes where you really made me anxious (I just say “bus”!). Do you think that zombies, like werewolves and vampires, needed to be reinvented?
DLS: Reinventing can definitely be a good thing. In fact, our current incarnation of zombies comes from George Romero’s innovation in Night of the Living Dead. Before Romero, we really didn’t see zombies as a horde and possible apocalypse trigger. They were primarily voodoo slaves.
TB: Zombies are such a young monster, and I think they fit their niche nicely. They're never the story; the people around when they happen are the story, or else there's no story. And I didn't want to retell Dawn of the Dead again. That's why we jump ahead, right? That story is told.
DLS: For Pavlov’s Dogs, I obviously can’t say too much about how we’ve changed the zombie. But I can say that we looked at the typical stakes and suspense mechanisms of zombie fiction, and we ramped those up in interesting ways (“bus”). One of my favorite examples comes in Chapter 0, when Marie and Paulo realize their method of killing themselves might take too long—the zombies might infect them anyway. That, to me, is a horrible situation, and I’m glad we had the opportunity to write it.
TB: As for reinvention, I don't know. I know innovations in horror technology tend to polarize the fans. The runners in DotD'04 made the Internet explode. Purists are very protective of their monsters. So, knowing that, we totally destroy the idea in the next book, The Omega Dog. Hah!


6. Again the werewolves and their hierarchy. McLoughlin is the Alpha, Samson was the Beta, then we have the Theta, the Sigma and the Omega. Not to forget the Epsilon. From the context, even someone who isn't accustomed to these words can understand something about the hierarchy of the Dogs. But could you please explain it for our readers?

DLS: In nature, dog packs have a certain hierarchy. The dominant dog, the Alpha, leads the pack. This dog eats first, things like that. When you have a dog as a pet, you want to establish yourself as the Alpha. You’re in command. Your dog should be more of a Beta, which is like a second in command. Then you have the Omega dog--the underdog, the weakest member of the pack. Kaiser doesn’t see himself as the weakest, though. He has a different meaning when he dubs himself the Omega Dog. Basically he’s putting himself up there with God: the Alpha, the Omega, the beginning and the end.
TB: Well said. Since this was a paramilitary group, we needed some sort of rank hierarchy, but didn't want to ape regular rank names, keeping the Alpha idea instead. Everything else stemmed from that.


7. Once again the werewolves. In Pavlov's Dogs you speak about “Dogs”, but you still describe them as wolves. Is it because of the Pavlov's chip (and therefore because of the classical conditioning demonstrated by Ivan Pavlov) that you called them “Dogs” or did you want to draw a line between the usual werewolves and yours?
DLS: They say all the hundreds of dog breeds out there--all the different sizes, colors, hair types, and personalities--all descend from a common ancestor. Humans, of course, are primarily responsible for all the varieties we see today, because we’ve bred them. An unnatural selection.
TB: Right.
DLS: Our Pavlov’s Dogs are kind of like this: the werewolf is their common ancestor, but Crispin has shaped them, bred them, into what he needs for his team.
TB: Mac is the Golden Retriever, loyal and upright. Kaiser is a fighting breed, bred for blood and happy to roll around in it. The blood, the fight is the reward.
DLS: The Dog Years prequels explore the genetics and eugenics of it a little bit. In the end, Crispin has created a werewolf that is more like a domesticated dog: it has the potential to be a bit more human than a wolf might. Of course, as we know from attack dogs and fighting dogs, “nurture” has a lot to do with how dogs might turn out—more human, or more wolf-like?


8. The island. I quote from Wikipedia: “Classical conditioning (also Pavlovian or respondent conditioning) is a process of behavior modification in which an innate response to a potent biological stimulus becomes expressed in response to a previously neutral stimulus [...]”.

Are the entire island and its own inhabitants also an experiment of classical conditioning in a certain way?
DLS: A major reason Crispin isolated his experiments on an island is so he could shape and control the Dogs’ view of social structure and their role in it. To that end, the island is more a symbol of social control.
TB: Also, you know, it's probably the best setting for survival during a zombie apocalypse. I'm not as deep as D.L. is; he probably thought all about the ramifications of control and environmental impact of a closed society.
DLS: I didn’t.
TB: I just thought it was better, because zombies can't freaking swim.
DLS: Hah!


9. A couple of questions about you as writers. Is it hard to write a book together with someone else? How did you divided the tasks? Who did what?
DLS: Making this book with Thom was pretty easy. We both have a strong team spirit, I think, and are generally flexible, laid-back guys.
TB: This wasn't my first large-scale collaboration, so I already had the attitude required for this kind of teamwork.
DLS: That was a big part of it. Our methodology helped, too.
Basically, I outlined everything chapter by chapter and ran that outline by Thom for his input. Then Thom developed the rough drafts of the chapters. Next, I did a pass over those drafts, adding, subtracting, editing, revising. We’d do this, passing a single chapter back and forth multiple times, until we felt we had it right. This helped create a streamlined style and voice that might not have been possible if we had written separate chapters.
TB: Hah, we had, at one point, both participated in a round-robin storytelling thing on the old Permuted Press forums. I really liked that, and thought one day we'd have to write something together. And here it is! And there's more, some time. Sooner or later.


10. What would you suggest to someone who wants to become a writer?
DLS: Work through the failures.
TB: Lower your expectations.
DLS: Write even when you don’t feel like it.
TB: Your muse will break your heart, and so will the reading public. But if you love it, do it. That's all you can do. You write something and maybe it'll hit, maybe it won't, but one hundred percent of the things you don't write will miss.
DLS: So that YA glampire book series I keep meaning to write...?
TB: Miss.

11. What can we expect to read from you in the next future (in Italian and in English)?
DLS: Dunwich has licensed the rest of the Pavlov’s Dogs series: one more novel and the three prequel novellas, Dog Years. Thom and I also have nascent plans for a third and probably final novel to end the series.
TB: I have a series of Urban Fantasy novels brewing, as well as a Lovecraftian novel. Or series of novellas, I haven't decided yet.
DLS: Other than that, I’ve been working on supernatural thrillers under a pseudonym, David Jacob Knight. The newest book, The Phone Company, explores what happens when we’re given technology that can do anything we want.
TB: And, you know, Snell and I are always sending ideas for what we might do with this Dogs universe back and forth. Sooner or later, our schedules will match up again (or we'll make them match up) and a new hybrid terror will stalk the Earth.


Thank you very much for this interview!

DTLBS: You’re welcome. Thank you! These are some of the best, unique questions we’ve been asked in a while. It's so gratifying to come across a reader who really gets us and what we attempted with this book.

And to our readers: keep an eye on these writers and their publications!




venerdì 10 luglio 2015

Costellazioni di brufoli - Mauro Colarieti

Titolo: Costellazione di brufoli
Autore: Mauro Colarieti
Editore: Lettere Animate
Pagine: 300
Prezzo: 1,99 € (ebook)
Voto: 3/5

Trama (dalla quarta di copertina): Quando Fabrizio viene adocchiato dagli Artisti del Retrobottega, una vera e propria mafia di liceali gay, capisce da sé che le cose sarebbero cambiate in poco tempo. Cominciando a uscire con loro, il ragazzo si ritrova catapultato in una realtà che lo aiuterà a scoprire meglio quello che è, evidenziando lati del suo carattere fino a quel momento nascosti. 
Contemporaneamente, in un’altra città, Lohn sta cercando in tutti i modi di resistere all’ambiente degradante in cui la sua vita viene inscenata, e grazie a nuovi arrivi, la sua esistenza sembra avere la possibilità di diventare degna di essere vissuta. 
Loro due, insieme ad altri personaggi secondari, vengono studiati attraverso il multi-POV (che arriva a contare cinque voci narranti) e ci accompagnano per tutto lo svolgimento della trama; pur vivendo situazioni completamente diverse, il lettore può comprendere alcune particolari che accomunano tutti loro. Il romanzo, diviso in quattro parti, lascia spazio a diverse tematiche dei giorni nostri, analizzando come ognuno possa vivere la propria adolescenza in base alla personalità e alle scelte fatte. 
“Costellazione di brufoli” enfatizza una società moderna, dove gli atteggiamenti omofobici si stanno estinguendo e dove l’orientamento sessuale è un’etichetta sociale soltanto apparente. Nel testo compaiono, in modo equilibrato, alcuni versi di canzoni collegate alla storia, di artisti musicali che spaziano da Mina ai Cage the Elephant. 
Tra delusioni e soddisfazioni, i nostri protagonisti continuano a percorrere le loro vite, nascondendo segreti e ambizioni che nemmeno loro riescono a inquadrare e comprendere al meglio. 
È una serie di situazioni narrate da ragazzi che dispongono di tanto ma che non si sentono mai abbastanza, membri tipici di una generazione che è propensa a sapere tutto, ma che forse, in fin dei conti, capisce ben poco.

Recensione: Questa recensione sarà divisa in due parti. Una riguardante lo stile, la trama, l'idea del testo, insomma l'input dell'autore. Una riguardante il testo stesso, ossia il lavoro svolto per migliorarlo e per presentarlo al pubblico.
Intanto inizio con il dire che a me è piaciuto. Ho letto molto volentieri questo romanzo e trovo che l'autore abbia fatto un bel lavoro, soprattutto se pensiamo che si tratta del suo romanzo d'esordio e ancora di più se notiamo dalla sua autobiografia che si tratta di un ragazzo di appena diciott'anni. Quando ci ho fatto caso ho pensato solo una cosa: bravo!
Lo stile dell'autore è molto scorrevole, il testo si legge con facilità e ci si ritrova presto coinvolti dalla storia, tanto da non riuscire a staccarsene. Abbastanza bene strutturato lo scambio di punto di vista e di ambientazione che ci porta da Fabrizio a Lohn e indietro, con qualche altro punto di vista meno importante, ma che ogni tanto fa capolino. Mi sono piaciute le battute dei personaggi, che mi hanno spesso strappato un sorriso, e alcune frasi più profonde, anche se forse un po' ingenue. Errori tipici degli scrittori alle prime armi si trovano, come per esempio infodump e un uso a volte eccessivo degli avverbi in "-mente".
La trama in sé è interessante, personalmente non avevo letto ancora niente di simile, quindi per me è stata anche abbastanza originale, tranne il finale che mi sembra abusato, già visto o letto. Non tutto però fila liscio, infatti mi sono accorta che a un certo punto un personaggio (il commerciante di taglie forti), importante nella storia di Lohn, sparisce per non riapparire mai più. È stato un vero peccato, perché sembra quasi che la sua figura sia stata usata finché necessaria e poi scaricata come se non fosse mai esistita.
In generale, ripeto, per un primo romanzo e per un autore così giovane, trovo sia comunque una bella prova.

Citazione:
Siamo davvero diversi, ma la gente dice che abbiamo lo stesso sorriso. Contando che lui porta l'apparecchio, non credo sia proprio un complimento.

Passo al secondo punto della recensione. Non è la prima volta che leggo qualcosa di questa casa editrice e purtroppo anche in questo caso la mia opinione riguardo il loro modo di lavorare non cambia. A quanto mi risulta, Lettere Animate dichiara di non editare i romanzi loro inviati, ma di fare una "pulitura" del testo, insomma una correzione bozze, per intenderci. Ora, come dicevo, l'autore è stato piuttosto bravo, ma errori come quello del personaggio che sparisce sono sicuramente evitabili se si fa anche un editing meno approfondito, perché sono errori che saltano all'occhio, almeno a un occhio esperto, si spera.
Altra cosa che non mi ha soddisfatta è stata l'impaginazione dell'ebook. Leggo sia su dispositivo Sony (epub) che su tablet con Mantano reader (sempre epub). Finora gli ebook ben impaginati non mi hanno mai dato problemi sull'uno o sull'altro. Invece con questo mi sono trovata in difficoltà. Gli a capo larghissimi, a volte dove non ci sarebbero dovuti essere, le note che invece di essere a piè di pagina me le ritrovavo nel testo, fra una riga e l'altra, a interrompere il flusso di lettura. Aggiungiamo qualche refuso e avete un quadro generale di ciò che ho visto.

Ho deciso di dare a questo romanzo comunque 3 stelline su 5, perché davvero trovo che l'autore vada sostenuto, perché penso che abbia del buon potenziale e perché spero che continui a pubblicare, ma non potevo fare a meno di indicare che il testo stesso, a causa di un lavoro poco accurato, non risulta soddisfacente, ecco.

giovedì 9 luglio 2015

L’unico giorno facile - RJ Scott


Titolo: L’unico giorno facile (secondo della Serie Santuario)
Autore: RJ Scott
Traduttore: Claudia Milani e M.A. Diotta
Editore: Love Lane Books Ltd
Numero pagine: 135
Prezzo:  € 3,29

Voto: 3,5/5

Trama: 
Una ragazza morta, un testimone spaventato e due uomini con l’addestramento da Navy SEAL. Che inseguano la giustizia o la vendetta, il confronto tra loro non potrà che avere esiti… esplosivi!
Dale MacIntyre, ex Navy SEAL e agente del Santuario, si finge il collaboratore di un membro importante della famiglia Bullen, ed è vicino a ottenere le prove che è stata quest’ultima a ordinare la morte di Elisabeth Costain quando… qualcuno si mette sulla sua strada.
Joseph Kinnon, Navy SEAL in servizio, torna a casa dopo molti mesi di missione e si trova a dover affrontare la tragica notizia della morte della sorellastra, uccisa con un colpo di pistola da uno sconosciuto in un vicolo.
È determinato a scoprire chi sia l’assassino quando… qualcuno si mette sulla sua strada. Entrambi gli uomini vogliono la stessa cosa, ma hanno metodi diversi per ottenerla. Entrambi vogliono vedere la famiglia Bullen alla sbarra, ma uno cerca giustizia, l’altro vendetta.
Ciò che succede tra loro, comunque, non ha nulla a vedere né con l’una né con l’altra.
Ed eccoci finalmente al secondo capitolo della serie “Il santuario” con una nuova coppia e con l’approfondimento della prima storia.

Recensione: 

Ed ecco che finalmente ho tra le mani il secondo libro della saga Santuario e come speravo alcune domande irrisolte hanno trovato risposta.
In questo secondo atto ritroviamo, come era prevedibile, protagonista Dale, il partner lavorativo di Nik. Insieme al collega e al suo testimone e ormai compagno, Morgan, investiga sull’omicidio della ragazza nel vicolo. Dale, però, è molto restio a continuare a lasciarsi coinvolgere, temendo che questo possa mettere in pericolo sua sorella, sostituto procuratore, che sta investigando con loro al caso.
Ma ecco entrare in scena il fratellastro della vittima, Joseph, un sexy marine del SEAL che, se ve lo steste chiedendo, sono le forze speciali della Marina Usa, addestrati per casi di antiterrorismo.
Quindi ecco l'uomo dal sangue freddo, lo sguardo di ghiaccio e un ego da superuomo (cosa che devo dargli atto: è ben giustificato) che però sembra nascondere bene sentimenti ed emozioni dietro una maschera di compostezza.
Al contrario della prima coppia, l'autrice ci ha regalato vere scintille mettendo insieme due uomini molto simili, dal carattere duro e dall'immediata competitività che, abbinata ad un'alta carica sessuale, rende piccante e coinvolgente la loro storia.

Citazione (VM 18, attenzione!)
Sollevò lo sguardo sul suo viso e alla luce dei lampioni notò che aveva gli occhi scuri, forse marrone.
Era un uomo affascinante, un po’ burbero, non esattamente bellissimo ma con un’aria intensa e vissuta. Aveva labbra piene e dalle linee morbide, in completa contraddizione con i lineamenti squadrati del viso. Joseph si chiese, suo malgrado, come sarebbe stato sentirsele attorno all’uccello, oppure che sapore avrebbero avuto se le avesse baciate. Magari avrebbe anche potuto schiacciarlo a terra e dimostrargli chi era che comandava. Stupito dalla piega che avevano preso i suoi pensieri, cercò di fare mente locale. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che si era sentito attratto sessualmente da qualcuno.
Il tutto ovviamente è contornato da scene ad alta tensione che rendono più interessante la storia.
Sono rimasta molto affascinata da come l’autrice abbia reso il mondo dei Seal. Leggendo ho imparato parecchio su questa unità di cui non conoscevo l’esistenza e si capisce che si deve essere largamente documentata per rendere al meglio realistica la storia. Inoltre l’ottima traduzione ha reso facile seguire il tutto.
Peccato siano storie troppo brevi, che danno la sensazione di leggere un unico libro ma a puntate, incentrandosi ogni volta su nuovi protagonisti ma continuando a raccontare la storia che fa da filo conduttore tra tutti i volumi. Ed è un peccato, in questo caso, perchè personalmente amo le storie dove i protagonisti non sono solo il classico stereotipo del "chi è l'uomo e chi la donna" (il mingherlino delicato e sensibile con l'uomo virile), ma due uomini che vivono una storia alla pari.
Quindi dà come una sensazione di assaggio e non fai in tempo ad affezionarti ai personaggi che già li devi salutare, ritrovandoli in secondo piano nelle storie successive.
Non ci resta che aspettare il prossimo capitolo di Santuario, i cui protagonisti ci sono già stati presentati in questo, e scoprire un altro tassello del giallo.

“Ti prego, dimmi che ti piace uscire con esperti di computer nanetti che sognano che Kirk e Spock nuova versione, a telecamere spente trascorrano il loro tempo a scopare in assenza di gravità?” […]
“Manny, lui non è…”
“Preferisco Han e Luke,” lo interruppe Joseph, il viso atteggiato in un’espressione incredibilmente seria. “Ed esco con qualsiasi ragazzo sia in grado di scalare montagne e correre un miglio in cinque minuti.”
Dale poteva solo immaginare quanto dovesse apparire stupido in quel momento, fermo lì con la bocca aperta per lo stupore.